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1

Era una bellissima giornata. L’estate era finalmente arrivata, e si ri rivelò un tempo perfetto per un appuntamento.

Sakuta riuscì a staccare dal lavoro alle due esatte, dandogli il tempo di tornare prima a casa.

Una pedalata di tre minuti.

Kaede uscì per salutarlo, lui le accarezzò la testa e si diresse in camera sua.

Aveva sudato non poco pedalando, così fece una doccia al volo e, solo per essere sicuro, cambiò anche la biancheria. Notò lo sguardo interrogativo di Kaede.

“Gli uomini devono essere preparati per qualunque cosa” disse lui. “Me ne vado, Kaede!”

“Uh, ok, ciao.”

Lo salutò, tenendo stretto Nasuno. Erano le due e venti. Era diretto verso la stazione di Fujisawa a piedi.

I suoi passi sembravano leggeri. Camminava normalmente, ma nel suo cuore, saltellava allegramente. Come se avesse le ali ai piedi.

Le strade che percorreva giornalmente parevano nuove. I suoi occhi si illuminavano guardando i fiori che sbucavano dalla strada. Le sue orecchie percepivano i versi dei passerotti seduti sui fili del telefono.

Amava tutto questo. Lo spirito della generosità risiedeva dentro di lui.

Al culmine della sua allegria, sentì una bambina piangere. Lui si trovava più o meno a tre o quattro minuti da casa sua a piedi.

Poco prima c’era l’ingresso di un parchetto. La bambina si trovava proprio di fronte che piangeva a dirotto.

“Cosa c’è?” disse, avvicinandosi.

La piccola alzò lo sguardo e smise di piangere per un momento. Ma subito dopo, cominciò a piangere di nuovo. “Tu non sei Mamma!”

“Ti sei persa?”
“Mamma non c’è.”
“Quindi ti sei persa.”

“Mamma si è persa.”
“Direi che è un’interpretazione valida.”
Questa ragazzina sembrava avere un futuro brillante.

“Aspetta, no, non piangere” disse, inginocchiandosi e mettendo una mano sulla sua testa. “Ti aiuterò a ritrovare tua madre.”
“Davvero?”

“Certo.” Annuì, sorridendo. Sperava che questo la portasse a sorridere, ma lei sembrava confusa. “Vieni con me.”
Le prese la mano, ma prima che potesse alzarsi…

“Muori, schifoso pedofilo!” gridò qualcuno alle sue spalle.

Cosa? Cercò di girarsi e vedere di chi si trattasse, ma prima che potesse vedere la sua faccia, una fitta tremenda gli colpì il fondoschiena.

Sembrava che la punta di uno stivale fosse atterrata sul suo coccige.

Questa cosa sembrava essere accaduta realmente…

“Aughhh!” gridò, rotolando per terra. Con la coda dell’occhio, notò la presenza di una ragazza della sua età, più o meno. Una ragazza in piena adolescenza. Una ragazza delle superiori.

Portava un caschetto corto e mosso. Anche una minigonna. Gambe scoperte. Trucco non appariscente — decisamente la moda del momento.

“Ora è la tua occasione! Scappa!” la esortò lei, guardandola serissima.

La bambina sbatteva gli occhi. “Eh? Perché?” chiese, del tutto confusa.

“Ma è ovvio! Su!”

Non era ovvio affatto, ma prese la mano della ragazzina e cercò di portarla via.

“Prima che questo schifoso maniaco si alzi!”
“Non sono un maniaco!” disse Sakuta, mettendosi in piedi e reggendosi le chiappe. Faceva un male cane, e non aveva forza nelle gambe. Tremavano, sembrava un cerbiatto appena nato.

“Ma mi stava aiutando a cercare Mamma.”

“Eh?” la ragazza restò a bocca aperta, guardando prima la bambina e poi Sakuta. “Davvero non sei un maniaco?”

“Mi piacciono le donne adulte.”
“Allora sei un maniaco?!”

Ma la sua certezza vacillava. Ora che la guardava meglio, era piuttosto carina. Aveva un bel faccino, e dei grandi occhi rotondi. Il trucco leggero che portava le addolciva il viso. Aveva visto ragazze nella sua scuola andarci pesante con il trucco, ma lei lo aveva decisamente applicato meglio.

“Ho visto questa bambina e ho deciso di aiutarla a ritrovare sua madre che si era persa.”
“Non è possibile. È la bambina ad essersi persa.”
“Mamma si è persa” disse la bambina.

Detto ciò, si staccò dalla nuova arrivata, spostandosi dalla parte di Sakuta. Si reggeva alla sua manica. La situazione si era ribaltata.

A questo punto, la nuova ragazza dovette ammettere di aver capito male. Sorrise goffamente.

“Ugh, mi fa male il sedere!”

“S-scusa. Ah-ah-ah.”

“Penso che mi abbia spaccato il culo in due!”

“Cosa? Sembra una cosa molto bru— Aspetta, è già diviso in due!”

“Ow, oww, owwww.”

“O-ok! V-va bene!” gridò la ragazza… e poi si girò, tenendosi ad un palo del telefono. “Vai!”

E con quel pianto brioso, spinse il suo fondoschiena coperto dalla minigonna nella direzione di Sakuta.

“Vai e poi?”

Lei voleva chiaramente che lui la colpisse sul sedere, ma dare un calcio ad una studentessa in pieno giorno non faceva per lui.

“Facciamola finita! Devo incontrarmi con un’amica!”

Anche Sakuta doveva incontrarsi con qualcuno. Aveva un appuntamento molto importante. E più sprecava tempo a stare lì, più si avvicinava alla sua scadenza. E doveva ancora aiutare la bambina — di questo passo avrebbe fatto ritardo di sicuro.

Sarebbe più veloce darle un calcio nel didietro e andare avanti.

“Va bene.”

La sfiorò appena. Di certo sarebbe bastato.

“Più forte!” urlò, guardandolo di spalle.

“Ma che davvero?”

Diede un calcio un po’ più forte. Ci fu uno schiocco soddisfacente.

“Di più!”

In qualche modo, non era ancora abbastanza.

“Bene, non darmi la colpa poi!”
Non gli aveva lasciato scelta.

Gli uomini valorosi dovevano esaudire i desideri delle signore.

Sakuta abbassò il suo baricentro e portò la gamba indietro, caricando la forza del calcio. Agganciò il sedere come bersaglio, prese la mira e liberò il calcio più forte che poteva.

L’impatto produsse un suono decisamente preoccupante.

Un secondo dopo…

“A-ahiaaaaaaa!” gridò lei. Nel dialetto di Hakata. “Uhn…”

Cadde con le ginocchia a terra, lamentandosi. Entrambe le mani tenevano il suo fondoschiena. Il dolore era talmente grande che non riusciva nemmeno a parlare. Le sue labbra sbattevano inutilmente, come un pesciolino.

“Il mio sedere si è appena diviso in due…”
“Tranquilla! Era già così.”

“Uh, cosa succede qui?”
Entrambi si girarono. Un uomo in uniforme da poliziotto li fissava, lo sguardo confuso.

“Temo che non possa farvi godere delle vostre attività perverse in pieno giorno in un parco pubblico.”
“Lei è quella perversa!” disse Sakuta, indicando la liceale.

“N-no! Non è vero! C’è una spiegazione per questo!” Sembrava disperata.

“Ce lo spiegherete in centrale.”

Li prese entrambi per un braccio. Non c’era modo di divincolarsi. I poliziotti sapevano come trattare le persone. Poteva anche essere avanti con gli anni, ma era abbastanza forte. Il vicinato era in buone mani.

“Stavo andando da una parte! È importante! Mi lasci!”

Essere interrogati sarebbe stato un disastro. Anche se fosse durato cinque o dieci minuti, per miracolo, difficilmente Mai avrebbe aspettato tanto a lungo.

Del resto, lei era Mai Sakurajima.

“Certo, certo. Non opporre resistenza. Da questa parte. Anche tu, piccola bambina sperduta. Tua madre ti sta aspettando in stazione”
“Davvero? Yay!”

Mentre il poliziotto li portava via, Sakuta si tranquillizzò al fatto che almeno la faccenda della ragazzina era risolta.

Ma anche quella tregua era stata interrotta dal poliziotto che mormorò: “Ma i ragazzi di oggi sono un po’ masochisti?”

Il poliziotto li rilasciò dopo un’ora e mezza buona dopo che raggiunsero la stazione di polizia. Sakuta guardò l’orologio mentre se ne andavano ed era sconvolto che segnasse le quattro. C’è qualcuno che inventi una macchina del tempo, per favore?

“Ugh, che schifezza” brontolò la ragazza. Sembrava esausta.

“Quella è la mia battuta, idiota.”

“A chi hai dato dell’idiota? Tu hai iniziato questo macello perché ti comportavi in modo così sospetto!”

“E tu hai frainteso tutto, quindi non fare scaricabarile.”
“Le scuse non fanno proprio per me.”
“Niente scuse. Solo la verità. Ed è tutta colpa tua se la ramanzina è durata così tanto, Koga.”

Le sue spalle si irrigidirono.

“…Come sai il mio nome?!”

“Tomoe Koga. Che nome carino!”

“Conosci il mio nome completo?!”

Si era per caso dimenticata di essersi presentata al poliziotto? Sapeva anche che scuola faceva. Frequentava il liceo Minegahara, come Sakuta. Un anno più piccola di lui. Tecnicamente, lui era il suo senpai.

“So tutto di te.”
“Sì, sì, ora non esageriamo.”
“Sei di Fukuoka, giusto?”

“Ma come hai fatto?!” Ecco di nuovo il suo accento.

“……”

“Ack!” Tomoe Koga mise entrambe le mani sulla sua bocca.

“Il tuo accento era saltato fuori anche prima.”
“Non—Non è vero!”

Si rifiutava di guardarlo negli occhi. Sembrava che volesse tenerlo segreto per qualche motivo. Un po’ troppo tardi per cercare di nasconderlo adesso.

“Beh, il punto è che è colpa tua, Koga.”
“Dimmi il tuo nome! Non è giusto che lo sai solo tu.”
“Ichiro Sato.”
Non aveva motivo di dirle la verità, quindi andò per una bugia ovvia, pensando che chiunque sia in grado di capire che era un nome falso.

“Ok, Sato. Come fai a dire che la colpa è mia?” insistette Tomoe, prendendo il nome falso senza pensarci.

Non era propensa a sospettare. Poteva essere realmente gentile.

Ammettere adesso che si tratta di un nome falso sembrava poter causare non pochi problemi, perciò Sakuta decise di rimanere in silenzio.

“Se non lo sai, sarò felice di spiegartelo. Nei primi trenta minuti, abbiamo cercato di convincere il poliziotto che c’era stato un equivoco. Il resto era perché tu sei così ossessionata dal tuo telefono che non hai mai alzato lo sguardo da esso e non prestavi assolutamente attenzione a lui.”
L’ultima ora della ramanzina era stata sul non giocherellare con il cellulare quando le persone ti parlano. Sakuta non aveva nemmeno un telefono, quindi gli sembrava estremamente ingiustificato.

“Hai ragione… ma potevi anche evitare di dirlo così!” disse mettendo il broncio.

“Non hai proprio rimpianti?”
“Cioè, mi arrivano messaggi di continuo! Non avevo scelta.”

“E con questo? Ignorali.”
“Se non rispondo subito, perderò tutti i miei amici” affermò Tomoe, abbassando la testa.

“Per questo eri così disperata di rispondere ai messaggi?”

“Al contrario, perfino io lo lascerei se qualcuno mi stesse urlando contro.”
Gonfiò le guance, fissandolo costantemente.

“Ah-ah.”
“Che atteggiamento è? Mi stai prendendo in giro, vero?”
“No, per niente.”

“So cosa stai pensando: ‘Se li perdi così facilmente, allora non sono mai stati tuoi amici.’”

Qualcuno le aveva detto una cosa del genere prima? Sembrava come se stesse imitando qualcuno.

“La pensi proprio tu in questo modo” disse Sakuta.

“St-stai zitto!”
Sakuta mise una mano sulla sua testa, scompigliandole i capelli.

“Augh! Scemo! Ci ho messo tantissimo per farli così!”

Spostò la sua mano e cercò frettolosamente di metterli in ordine.

“Buona fortuna, ragazzina”

“Ti stai prendendo gioco di me?”
“Stai facendo del tuo meglio per seguire quelle cavolo di regole dell’amicizia, non è così? Perciò no, non mi sto prendendo gioco di te. Penso solo sia stupido.”
Che fossero e-mail o messaggi, lui non aveva la benché minima idea di chi vorrebbe delle regole come quelle o chi ne beneficerebbe. Forse erano state istituite per rimanere amichevoli, e prima che tutti se ne accorsero, erano diventate delle regole restrittive che facevano soffrire gli altri.

Ma una volta che tutti decisero di seguire quelle regole, oramai erano intrappolati. Non aderire significava essere espulso dal gruppo. Potevi facilmente perdere i tuoi amici. E una volta fuori dal gruppo, non c’era modo di rientrare. Sakuta lo sapeva benissimo. Sapeva quanto Kaede avesse sofferto per questo.

Restrizioni del genere erano estenuanti. Tuttavia le persone non riuscivano a sentirsi al sicuro senza stabilire delle regole, che li legavano, che li univano, creando un posto a cui appartenere. Ciascuna e-mail o messaggio inviato era un modo per controllarsi a vicenda. “Stai bene?” “Sì, tutto bene.” Era difficile per molte persone darsi da sole delle conferme, così ne avevano bisogno da altre persone. Questo do ut des era condiviso, sincronizzato. Era così che le persone creavano dei luoghi sicuri per loro stesse.

Siano medie o superiori, le scuole erano una società. Erano mondi a sé stanti. E tutti erano disperati nel cercare di essere accettati dagli altri.

Sakuta iniziò a comprendere come funzionassero questi mondi quando iniziò le superiori e venne assunto a lavoro dove passava più tempo con studenti del college e membri dello staff adulti. Iniziò a comprendere come apparivano le scuole da una prospettiva esterna. Solo in quel momento si rese conto che tutti volevano appartenere a qualcuno o a qualcosa. 

“Quindi mi stai prendendo in giro.”

“Sei molto gentile, Koga, perciò la smetto.”
“Gentile?”
“Ci vuole coraggio ad intervenire e salvare una ragazzina da un malintenzionato. Lo rispetto. Magari la prossima volta, però, cerca di chiamare aiuto. Se ti fossi trovata davanti un vero maniaco, ti saresti cacciata in guai seri. Sei carina, comunque.”

“N-non chiamarmi carina!”

Tomoe arrossì come un peperone. Stranamente non veniva chiamata mai in quel modo?

“Tieniti la giustizia nel tuo cuore! Continua a batterti per la tua battaglia!”

“Uh, contaci. Grazie.”
Non si aspettava che lei accettasse e lo ringraziasse. Forse era davvero gentile. Oppure ciecamente buona di cuore.

Squillò un telefonino. Sakuta non ne possedeva uno, quindi era per forza di Tomoe.

“Oh cavolo! Ho promesso che sarei stata lì! Ciao!”

Tomoe se ne andò via correndo. Con quella velocità e con quella gonna così corta, Sakuta diede una sbirciatina, ma avvertendola urlando da dietro avrebbe solo attirato l’attenzione, quindi la guardava mentre se ne andava in silenzio.

“Bianche, eh?” sottolineò lui.

Una volta che Tomoe si era ormai allontanata. Sakuta decise di tornare a casa.

Fece tre passi, poi si fermò.

Sentiva come se stesse dimenticando qualcosa di importante.

“……Ah!”

Gli passò in mente la faccia di Mai. Naturalmente, non stava esattamente sorridendo. Nemmeno teneva il broncio in modo adorabile. Questa era la faccia che gli fece quella volta quando la fece veramente arrabbiare.

“Caaazzo…”

Quasi inciampando su se stesso, Sakuta cominciò a correre all’impazzata verso il luogo del loro incontro.

2

Sakuta raggiunse di corsa la stazione Enoden di Fujisawa. Lo stesso posto in cui si recava ogni giorno per andare a scuola. Si fermò davanti ai cancelli dei biglietti.

Lì era dove Mai disse si sarebbero dovuti incontrare.

Cercando di riprendere fiato, guardò a destra e a sinistra. La fila dei tornelli era lunga cinque o sei metri. Non ci volle molto nell’esaminare quello spazio.

“……”
Purtroppo, non c’era nessuna traccia di Mai.

“C-certo, era ovvio…”

Mai Sakurajima non avrebbe mai aspettato un’ora e mezza…

“Caspita… Me la sono giocata.”
Un’onda di rimpianto lo travolse. Ma era impossibile per lui ignorare una ragazzina o predire il casino causato da quella studentessa giustiziera. Rimase fedele alle sue idee.

Ma in questo preciso momento, si pentì di non avere un telefono. Poteva almeno dirle cosa gli era successo. Anche se l’avesse avuto, molto probabilmente avrebbe risposto con: “Quindi questo è più importante di un appuntamento con me?” e avrebbe cancellato i loro progetti, perciò…

Doveva solo trovare il modo di farsi perdonare.

Una volta che lei si fosse resa conto che lui non si stava recando all’appuntamento, Mai sarebbe stata furiosa e sarebbe tornata a casa o da qualche parte da sola. Non sarebbe stato facile tornare a stargli simpatico.

Mentre crollava, sconsolato, sentì dei passi dietro di lui.

Erano familiari. Mai c’era una nota di rabbia nel ritmo.

“Hai una gran faccia tosta a lasciarmi ad aspettare per novantotto minuti.”
“……”

Si girò, incapace di credere alle proprie orecchie. Era Mai. In abiti civili.

“Perché sembra che tu abbia visto un fantasma?”

“Non ti ho mai preso per il tipo di ragazza che aspetta ardentemente per un’ora e mezza! Non puoi essere tu! Sei un’impostora!”

I suoi occhi si strinsero. Era sicuro che la temperatura si fosse abbassata di qualche grado.

“Chiaramente, stiamo scoprendo cosa tu pensi di me.”

Pensava soprattutto che fosse sexy. Lo sapeva?!
“Uh, l’hai preso come un insulto?”
“Come l’avrei dovuto prendere, caro?”

Mai lasciava intendere che l’ultima parola fosse un insulto, ma suonava più come un premio.

Ma se lui glielo avesse detto, lei non lo avrebbe più detto, così Sakuta tenne la bocca chiusa.

“Perché ridi?”
“Niente.”
Si sforzava di essere serio. Riuscì finalmente a inquadrare il suo outfit. Una camicia a maniche lunghe con sopra un maglione con il cappuccio sopra. La gonna le arrivava alle ginocchia. Nel complesso era un completo di classe ed elegante, ma non troppo raffinato — tutto perfettamente bilanciato. Un abito perfetto per l’aria adulta di Mai.

“……”
Non c’era nessuno scorcio di pelle. Forse solo un po’ intorno alle ginocchia.

Gli scappò un sospiro.

Questo non è carino!”

“Mai, ne sei proprio sicura?”
“C-cosa?” chiese, cercando di mantenere la calma.

“Gli outfit per gli appuntamenti puntano tutto sulle minigonne e sulle gambe scoperte!”

Adesso ti picchio” disse Mai, formando un pugno.

Sigh.

“Non fare quello dispiaciuto!”
“Non vedevo l’ora, però.”

“Davvero coraggioso quando sei così in ritardo.”
“Metti sempre le calze nere con l’uniforme.”

“B-beh, ci ho messo tanto tempo per decidere…” mormorò, gli occhi vacillanti.

“E sei assolutamente adorabile!”

“……”
Mai rivolse lo sguardo verso di lui, chiedendo un altro aiutino.

“Sei super carina, Mai!”

“Molto meglio.”
“Il mio cuore batte così forte, voglio portarti a casa con me! Voglio decorare i muri con te!”

“Ok, adesso mi stai spaventando. Smettila.”
“Allora andiamo.”
Indicò i cancelli.

“Aspetta. Non abbiamo ancora finito qui.”
“Cos’altro c’è?”
Sperava di poter svignarsela facilmente da quel discorso, perciò fece finta di niente.

“Smettila di fingere.”
“Non azzarderei mai a fare qualcosa del genere in tua presenza.”

“Sentiamo la tua scusa. Poi implorerai il mio perdono.”
A Mai sembrava piacesse questa cosa. La sua espressione era esuberante.

“Non è abbastanza per te, me ne torno a casa.”
Mai aveva aspettato tutti quei novantotto minuti solo per torturarlo?

Quella teoria sembrava stesse diventando sempre più convincente.

“Mentre venivo di qua, ho trovato nel parchetto una bambina che si era persa.”
“Ciao.”
“So che sembra falso, ma è la verità.”
“Non ci sono parchi nella strada dal tuo lavoro a qui” fece notare lei.

“Sono tornato prima a casa.”
“Perché?”
“Avevo un momento libero e avevo deciso di fare una doccia e cambiarmi le mutande, per ogni evenienza.”
“……Che schifo.”
Sembrava davvero schifata.

“Ma suppongo che fossero le agitazioni di un patetico, strano ragazzino e ci passerò sopra.”
“Grazie.”
“Ma non ti permetto di stare a meno di due metri da me per il resto della giornata.”
Difficilmente poteva definirsi un appuntamento. Chiunque avrebbe potuto dire che Sakuta stesse la stesse stalkerando.

“Vai avanti, finisci la tua menzogna.”
“Ho portato davvero una bambina alla stazione di polizia.”
“Quindi era davvero una bambina?”

“Sì.”
“Hai un bel coraggio a farmi aspettare mentre tu te ne stavi con un’altra.”
“Consideri anche le bambine di quattro anni?!”

“Ovviamente” disse energicamente.

Sembrava rischioso confessare tutta la storia. Se avesse ammesso di essere stato con una ragazza delle superiori come Tomoe Koga — che era legittimamente carina — sarebbe stato impossibile prevedere quale catastrofe si sarebbe abbattuta su di lui.

“Ma la stazione di polizia è proprio lì.”

Mai indicò la piccola stazione poco fuori la stazione di Fujisawa.

“Una volta che sono stato coinvolto, dovevo rimanere nei dintorni fino a quando non abbiamo ritrovato i suoi genitori. Stava piangendo!”

“Hmm.” Gli rivolse uno sguardo dubbioso. “Odio le bugie.”
“Che coincidenza! Pure io.”
“Se stai mentendo, ti faccio mangiare un Pocky dal naso.”

“Solo uno?”

“Tutta la scatola.”
Questa forma di tortura sembrava quasi plausibile, e il vivido scenario che aveva evocato era assolutamente sgradevole.

“Non penso dovresti giocare con il cibo.”
“Tu lo mangerai, quindi non sarà un problema.”
“……”

“……”
Mai si avvicinò, studiando il suo volto. Stava cercando di mettergli pressione così da fargli sputare il rospo. Lui poteva sentire il suo respiro sulla guancia.

Aveva un buon odore.

“Sei proprio testardo.”
“……”
Ora non poteva proprio dire la verità. Non senza avere dei Pocky su per il naso.

“E va bene. Non pensare di averla passata liscia, ma iniziamo questo appuntamento.”
Doveva sentirsi felice?

“Grazie” disse lui, un sospiro di sollievo—

“Oh! Ma è quel ragazzo pedofilo!”
Quella voce sembrava familiare…

Guardò verso il passaggio che collegava le stazioni JR e Odakyu e vide di nuovo Tomoe Koga. C’erano altre tre ragazze con lei, presumibilmente le amiche con cui si doveva incontrare. Era un gruppetto grazioso e sembravano molto affiatate. Probabilmente le ragazze più popolari della sua classe.

“La donna di Hakata!” disse Sakuta.

Tomoe corse verso di lui, mettendo le mani sulla sua bocca.

“Non chiamarmi in quel modo!” lo zittì lei.

“Donna di Hakata?” una delle sue amiche gli fece eco, ridendo sotto i baffi.

“Uh, sai, è quel souvenir di Fukuoka! Quello dove mettono la pasta di fagioli rossi nel Baumkuchen. Ha la foto di una donna sopra, ma in realtà ha un altro nome.”
“Oh, ho capito! È molto buono!”
“Whoa, Tomoe!” Un’altra amica la prese per il braccio, allontanandola da Sakuta.

“Co-cosa?”
“È il tipo dei ricoveri” sussurrò la ragazza. Lui però la sentì.

“Eh? Ma lui non è Ichiro Sato?” disse Tomoe, confusa.

“Cosa? Dove hai tirato fuori quel nome? E lei è… hai capito.”
Tutte e quattro fissavano Mai. A quanto pare, potevano vederla.

“Dai, andiamo.”
Le sue amiche la portarono fuori passando per i cancelli. Erano subito andate via.

Guardandole mentre se ne andavano, Sakuta si rese conto di aver fatto uno sbaglio terribile. Non doveva rispondere alla voce di Tomoe. Doveva far finta di non conoscerla. Sarebbe stato molto meglio così.

Guardò Mai. Il suo volto era inespressivo.

“Sakuta.”
“Non è come sembra.”
“Si chiama Tomoe?”
“C-credo di sì.”
“Non ti preoccupare, non me ne vado.” Mise le braccia intorno a lui. “Andiamo a prendere i Pocky!”

“Mi perdonerai con quelli piccoli?”
“Assoultameeente no.”
Era andato ormai l’oltre il godere della sua voce maliziosa. O gustare quello che premeva contro il suo braccio.

“Pietà?”
“Niente da fare, pedofilo.”
E fu così che il primo appuntamento tra Sakuta e Mai iniziò con una deviazione al minimarket più vicino.

3

Ci fu uno snap quando il Pocky si ruppe.

Sakuta e Mai erano sul treno Enoden. Sedevano di fianco su dei sedili rivolti verso l’oceano.

Ci fu un altro snap. Mai stava mangiando uno alla volta i Pocky che aveva comprato. Le sue labbra che si schiudevano erano troppo carine, e Sakuta non potè fare a meno di guardarle. Mai non lo stava facendo intenzionalmente, ma il modo in cui rosicchiava la punta del Pocky prima di mangiarlo era ammaliante.

Ma lui non fu in grado di godersi quella vista.

Non si sapeva mai quando lei cercasse di infilargli un bastoncino nel naso, perciò rimase sempre in guardia.

Quel momento giunse più in fretta del previsto.

Mai teneva un Pocky verso di lui.

“Tieni” disse.

“Sono pieno!”

“Devo tenere a bada il mio peso. Mangia tu il resto.”
“E con cosa li mangio?
“Puoi mangiarli normalmente” disse lei sospirando, dandogli un’occhiataccia.

“Allora grazie.”
Prese la scatola dalle sue mani.

“Non avrai mica pensato che te li facessi mangiare davvero con il naso, no?”
“Sembrava dicessi sul serio.”
“Si chiama recitare.”
“Ma certo!”

“Potevi provare a mangiarne almeno uno in quel modo, però.”
“Sei un mostro!”
“La tua mancanza di rimorso mi ci fa ripensare.”
“Scusa! Stavo scherzando! Sei la bellissima Mai Sakurajima! Abbi pietà di me!”
“Non sei per nulla convincente.”
Mai volse lo sguardo verso il finestrino, aveva un’aria annoiata. Erano a sole tre fermate dalla stazione di Fujisawa, ancora non si intravedeva l’oceano. Erano quasi al tratto dove il treno passava tra le file di case.

A quest’ora del pomeriggio, c’erano poche persone sul treno. Numerosi posti vuoti. Avevano analizzato le reazioni dei passeggeri vicino a loro, ma nessuno sembrava aver notato Mai — molto probabilmente non riuscivano a vederla.

“Ehi.”
“Devo mettermi a carponi?”
“No. Perché vuoi così tanto essere coinvolto in questa mia faccenda? Sputa il rospo. Considera questo come la tua punizione.”
“E da dove è saltato fuori?”
“Per quanto io abbia ti abbia dato il tormento, molti avrebbero già gettato la spugna.”
“Come sei cosciente di te.”
“Non è che le persone intorno a me lo nascondano.”
Mai non si era mai adattata nella sua classe né a scuola. Veniva trattata come se fosse fatta di aria, e nessuno le si avvicinava volontariamente.

“È quell’aria da brontolona che non ti permette di fare amicizia, Mai.”

“Parli tu.”
Ignorò quel commento dispettoso. Ne era pienamente consapevole. Yuuma e Rio gli dicevano la stessa cosa ogni volta.

“Ma sei anche uno spudorato, Sakuta.”
“Dici?”
“Sei, tipo, l’unica persona che non ha paura di parlare con me.”
“Sai essere snervante. Quello tiene di sicuro le persone a distanza.”
La sua bellezza da sola rendeva difficile iniziare una conversazione, e il suo status da celebrità peggiorava solo le cose.

“Oh, falla finita” disse.

“Ti piace la scuola?”
“Se intendi ‘Anche se non ho amici lì’ è così dalle elementari, quindi non è che sia cambiato molto. Non ho mai pensato alla scuola come un luogo che ti possa ‘piacere’.”
Non sembrava stesse cercando di fingere o essere evasiva.

Sembrava proprio la sua onesta opinione. Non aveva una forte opinione per quanto riguardava non trovarsi bene a scuola. La differenza tra lei e quelli che la circondavano non la trovava strana. Si arrese tempo fa, e a Sakuta pareva avesse sbloccato una sorta di illuminazione riguardo la vita scolastica.

“In più, stai evitando l’argomento” disse lei, lanciandogli un’occhiata di traverso. “Ti ho fatto una domanda per prima. E ancora non hai risposto!”

“Qual era la domanda?”
“Perché ti ostini ad aiutarmi? Hai dato addirittura delle informazioni a quella reporter che avrebbero potuto causarti dei guai. Devi avere qualche ragione per fare questi salti mortali.”
Era ancora più insistente di prima.

“Non riesco a ignorare qualcuno in difficoltà.”
“Sono seria.”
“Uffa.”
“Sei gentile, ma non naturalmente gentile.”
“Dici davvero?”
“Non sei gentile con tutti. Quando quella coppia di studenti del college cercò di fare una foto alla stazione di Shichirigahama, sei stato decisamente cattivo con loro.”
“Penso che chiunque avrebbe fatto lo stesso.”
“Dico che hai scelto un modo non molto gentile per confrontarti con loro. Potevi dargli una gomitata nel più gentile dei modi.”
“Anche se ero arrabbiato?”
“Se avessi voluto, sì. Eri ancora abbastanza razionale da poterlo mettere con le spalle al muro.”
“Più parli, più mi fai sembrare una cattiva persona…”

“Pensavi fossi una brava persona?” chiese Mai, guardandolo stupita.

“Perlomeno, tu sei peggio di me.”
“Non importa. Dimmi il motivo.”
Non voleva lasciarlo scappare. Non ne aveva l’intenzione.

“Allora ti darò una risposta concreta. Sentimi bene.”
“Dimmi pure.”
“Ho pensato, magari questa è l’occasione di fare colpo su una bellissima—”

“Non ti ho chiesto di dirmi la verità nuda e cruda.”
“Sei tu quella che mi ha detto di rispondere seriamente!”

“Dimmi la scusa migliore che hai.”
Chiunque avrebbe pensato che Mai stesse cercando di capire di come lui si sentisse davvero. A volte, lui non ci arrivava.

“So quanto sia atroce non avere nessuno a cui chiedere aiuto” disse lui, come se si stesse preoccupando.

“……”

Questa volta non lo interruppe. Forse l’aveva convinta.

“Quando Kaede aveva la Sindrome dell’Adolescenza, nessuno le credeva, anche quando accadeva di fronte a loro.”
Sakuta diede un morso ad un Pocky. Se avesse parlato con la bocca piena, capì che Mai lo avrebbe rimproverato per la maleducazione, perciò ingoiò prima di continuare.

“Nessuno ci dava retta. Si erano allontanati tutti. Stavamo dicendo la verità, ma ci davano comunque dei bugiardi.”
E non ne faceva loro una colpa. Era una reazione naturale. Se non fosse stata sua sorella, neanche Sakuta ci avrebbe creduto. Avrebbe chiuso occhi e orecchie, facendo finta di non aver visto e sentito nulla.

Sarebbe stato tutto molto più semplice. Tutti lo sapevano.

“Posso chiederti una cosa?” disse Mai, sembrava esitare.

Lui annuì. Aveva come un presentimento di cosa lo attendeva.

“E i tuoi genitori?” chiese Mai delicatamente.

Lei aveva dei problemi con sua madre, perciò doveva essercene voluta per rischiare di chiedere qualcosa di così personale. Lui sentì come se l’abilità di Mai nel mettersi nei suoi panni fosse una cosa positiva. Si atteggiava un po’ da regina, ma poteva capire anche come si sentisse la plebe.

“Non vivono con noi.”

“Lo so. Sono stata a casa tua.”
Ovviamente, vedere il suo appartamento lo metteva in chiaro. Non c’era alcuna traccia di qualcosa di adulto. Solo le scarpe di Sakuta erano vicino la porta, e l’atmosfera all’ingresso e nella sua cameretta era la stessa. Di norma, i territori delle varie persone sembravano diverse, anche se facevano parte della stessa famiglia.

“Ti volevo chiedere se…”
“Lo so.”
Sapeva cosa intendesse fin dall’inizio. Come hanno gestito la questione di Kaede?

Mangiò tre Pocky insieme. La scatola ora era vuota. La accartocciò e se la mise in tasca.

“Mamma, beh… Provò ad accettarlo. Alla fine, la situazione fu troppo per lei, e lei… È ancora in ospedale. Sua figlia vittima di bullismo era già difficile di suo senza questa roba della Sindrome dell’Adolescenza. Papà stava dalla sua parte.”

Lo stesso Sakuta non sapeva come gestire la cosa. Prima che lui potesse fare qualcosa, tutto intorno a lui cambiò, e prima che se ne rendesse conto, le cose stavano come stavano in quel momento.

Solo i risultati rimasero.

Non fu in grado di fare niente, e non c’era niente che potesse fare adesso.

“Kaede prese male il rifiuto di mamma, e visto che lei era la causa di ciò, era ancora peggio… e ora non vuole che nessuno le si avvicini a parte me.”
“Quanti anni hai detto che ha?”
“È due anni più piccola di me. Dovrebbe fare il terzo anno delle medie. Da allora, è andato tutto a rotoli, divenne estremamente sedentaria e non è andata per niente a scuola.”
A rigor di termini, lei non poteva uscire di casa. Se si fosse messa le scarpe e fosse stata in piedi di fronte la porta, le sue gambe non le avrebbero permesso di fare un solo passo fuori casa. Avrebbe iniziato a piangere come una bambina che fa i capricci.

Uno psicologo veniva a casa una volta al mese, ma per ora, non c’erano segni di ripresa.

“Tua madre… La odi per questo?”

“Prima sì” ammise Sakuta. “Pensavo fosse il suo compito quello di aiutarci, di credere a me e a Kaede.”
Ma vivere lontano da lei gli aprì gli occhi su varie cose. Quanto lavoro facesse per tutta la casa ogni giorno. Cucinare i pasti, fare il bucato, pulire il bagno, prendersi cura di tutti i problemi. E quando vivevano ancora tutti insieme, Sakuta dava tutto questo per scontato.

Non appena doveva fare tutto da solo, c’erano cose che notava, cose che lui cambiava. In modo specifico, adesso faceva la pipì seduto.

Sapeva che sua madre doveva sopportare un bel po’. Sicuramente c’erano cose che lei avrebbe voluto che il resto della famiglia seguisse. Ma non si fece sfuggire neanche una sola lamentela davanti a Sakuta. Non le compariva nemmeno sul volto. Non aveva mai chiesto a qualcuno di ringraziarla.

E lui iniziò a pensare che non avesse diritto di avere rancori verso di lei, per tutto quello che doveva esserle grato. Nell’ultimo anno, quei sentimenti erano solo aumentati.

Lo stesso valeva per suo padre. Si incontravano una volta al mese per fare rapporto sui progressi su entrambe le parti. Suo padre si prendeva cura di sua madre mentre si procurava anche i soldi per far vivere autonomamente Sakuta e Kaede. Non importa quanti turni avrebbe fatto al ristorante, non avrebbe mai guadagnato abbastanza per pagare l’affitto del loro appartamento. Sakuta dovette ammettere che non fosse in grado di sostenere il suo stile di vita con sole le sue forze.

“Occupandomi di Kaede ho capito che sono solo un bambino, ed essere un adulto non significa che puoi risolvere tutto. Piuttosto ovvio, lo so.”
“Wow… Perspicace.”
“Pensi che sia un idiota.”
“Non proprio. La maggior parte dei miei compagni non l’ha ancora capito.”
“Non ne hanno ancora avuto la possibilità. Tutti lo capiranno una volta che saranno costretti ad affrontare i fatti.”
“Perciò dove stiamo andando?” chiese Mai, guardando verso il finestrino. Tra poco si sarebbe visto l’oceano.

Si ricordò della sua domanda.

Perché vuole essere coinvolto in questa faccenda?

“C’era una persona che mi ha ascoltato riguardo la Sindrome dell’Adolescenza di Kaede.”

Se non fosse stato per quello, Sakuta di sicuro non ce l’avrebbe fatta.

Aveva imparato una bella lezione.

Sentirsi soli non era la cosa più brutta del mondo.

Essere davvero soli era davvero, davvero peggio.

Questa era una verità che tutti sapevano, in fondo. E quella paura profondamente radicata portò a regole come “rispondere subito ai messaggi” o “non ignorare i messaggi.” Senza renderci conto che quelle regole erano diventate dei cappi legati al collo delle persone, portò solo ad essere emarginati per sempre.

“Ho trovato qualcuno che mi credeva.”
Faceva male ripensare a lei. Iniziava a mordersi le labbra ogni qualvolta che ricordava il suo nome.

“Una ragazza?” chiese Mai.

“Eh?” sobbalzò Sakuta. Aveva colto nel segno.

Lo sguardo freddo di Mai era decisamente inquietante.

“Te lo leggo in faccia” disse. Era chiaramente delusa.

Il treno si fermò alla stazione del liceo Kamakura. La fermata successiva era Shichirigahama, dove di solito scendevano.

Nel momento in cui le porte si aprirono, Mai si alzò.

“Su” ordinò lei.

La destinazione del loro appuntamento era l’ultima fermata. Avevano ancora un viaggetto di quindici minuti davanti a loro.

“Non vuoi andare a Kamakura?” chiese.

Mai era già scesa dal treno.

“Uh, aspetta.” La seguì.

Le porte si chiusero un secondo dopo, e il treno riprese a viaggiare lentamente. Lo guardarono fino a quando non scomparve dalla loro vista, poi Mai si girò verso la costa.

Questa stazione era stata costruita proprio sul lungomare. Tecnicamente, su di una collina sopra la costa. Non c’era nulla che oscurasse la vista. Potevi benissimo rimanere sulla banchina ad aspettare il treno e avere quel panorama tutto per te.

Sembrava una di quelle location che si vedevano nei film. Sakuta era certo che avessero girato qualche film qui — giurava di aver visto delle crew sulla spiaggia.

“Dato che hai fatto novantotto minuti di ritardo, è già sera” spiegò Mai.

Il sole tramontava su Enoshima, e il cielo assunse dei toni arancioni.

“Camminiamo un po’.”

Indicò l’acqua e uscì dalla stazione senza aspettarsi una risposta.

Sakuta rise per questo motivo e la seguì volentieri.

Fuori dalla stazione, Sakuta e Mai dovettero aspettare un’eternità per attraversare la route 134 a causa di un semaforo. Dall’altra parte c’era una scala con venti scalini che portavano alla spiaggia di Shichirigahama.

Lasciandosi Enoshima alle loro spalle, si incamminarono verso Kamakura.

La sabbia si attaccava ai loro piedi, rendendo difficile per loro camminare.

“Sapevi che, nonostante il nome, Shichirigahama non è nemmeno lunga sette ri?”

“Un ri equivale a quasi quattro chilometri, ma questa spiaggia non è nemmeno lunga tre chilometri.”

Questo era ben lontano dalla solita esagerazione.

“Che noia” disse Mai. Forse voleva essere lei a dirlo a lui.

“Anche la spiaggia di Kujuukuri a Chiba non è lunga novantanove ri.”
“Sai un sacco di curiosità noiose” sottolineò lei, sembrava davvero annoiata.

“Sei tu quella che ha iniziato a parlare di questo!”

“Allora, com’era questa tizia?”
“Hmm?” Fece finta di non capire.

“Quella pazza che ha creduto alle tue scemenze.”
“Sei gelosa?”

“Come si chiama?”
“Allora sei gelosa.”

“Ma dimmelo e basta!”

Prenderla in giro l’avrebbe solo fatta arrabbiare di più.

“Si chiama Shouko Makinohara” disse Sakuta, ascoltando il rumore delle onde. “È alta un metro e sessanta. Più piccola di te in generale. Non so quanto pesa.”
“Se lo avessi saputo, sarei stata curiosa di sapere il motivo.”
“Mi ascoltava attentamente, ma non cambiò mai atteggiamento verso di me e non aveva mai pietà di me.”
“Hmm.”
Lo aveva chiesto Mai, ma ora sembrava non le interessasse più.

“L’unico segno distintivo era quella sua uniforme del liceo Minegahara.”
“……”

Solo in quel momento rivolse lo sguardo verso di lui.

“Ti sei iscritto a quella scuola per seguirla?”

“Con tutto quello che era successo con Kaede, stare dove stavamo prima non era proprio facile — quello fu il fattore decisivo. Parlammo anche di andare in un posto ancora più lontano, ma le informazioni su internet si diffondono non importa quanto tu sia lontano, perciò secondo noi la distanza non contava. Ma, diciamo… il motivo per cui decisi di frequentare questa scuola è praticamente quello che hai detto tu.”
Tanto valeva ammetterlo. Dopo tutto quello che aveva detto, non aveva senso nasconderlo.

“Ma lei ti ha rifiutato” disse Mai, sembrava godere della sua disgrazia.

“L’esito è lo stesso, ma… non le ho mai chiesto di uscire.”
“Anche se hai scelto la sua stessa scuola?”
Aveva uno sguardo accusatorio negli occhi, come per dire: “Che senso aveva andare al Minegahara?”

“Non era lì.”
Prese un sasso dalla spiaggia e lo lanciò nell’oceano. Sentì come se quello fosse lo stesso punto in cui lanciò il suo cellulare.

“Si è diplomata?”
“Ero al terzo anno delle medie quando ci incontrammo. Mi disse che faceva il secondo superiore, perciò ne dubito.”
“Allora si è trasferita?”
“Sarebbe stato meglio.”
“Dici che era qualcos’altro?”
“Andai in tutte le classi del terzo anno, chiedendo a tutti gli studenti.”
“E?”
Sakuta scosse la testa.

“Nessuno ha mai sentito parlare di una studentessa di nome Shouko Makinohara.”
“……”

Mai sembrava non sapesse come interpretare quella frase.

“Ho controllato l’elenco delle classi di tutta la scuola, pensando fosse stata bocciata… ho controllato addirittura gli annuari da tre anni a questa parte.”

Ma non riuscì a trovare nessuna traccia di lei.

Non c’era nemmeno nessuna documentazione di qualsiasi Shouko Makinohara che avesse frequentato il liceo Minegahara.

“Non ho idea di cosa significhi. Quello che so è che ho incontrato una tizia che si chiama Shouko Makinohara, e lei era lì per me quando ne avevo bisogno.”

“Sì.”
“E dato che non posso ripagarle il favore… magari cercherò di dare una mano a te.”
Stando da solo, l’ansia non sarebbe mai andata via. Basta avere qualcuno lì con te che ti aiuti ad affrontarla. Quella fu l’esperienza di Sakuta due anni fa.

“E poi, sono un po’ curioso.”
“Curioso di cosa?”
“Perché la Sindrome dell’Adolescenza si manifesta? Se riesco a risolvere…”
La sua mano si spostò sul petto.

“Le cicatrici ti danno fastidio?”

“Un po’, sì.”
L’estate si avvicinava, e le lezioni di nuoto avrebbero causato un po’ di problemi. Se ci fosse un modo per sbarazzarsi di quelle cicatrici, sarebbe stato molto contento di saperlo.

“E se riuscissimo a scoprirlo, forse potremmo aiutare Kaede.”
“Giusto.”
Sarebbe stata una tragedia se lei non fosse più riuscita ad uscire di casa. Sarebbe davvero uno spreco passare il resto della propria vita leggendo e giocando con il gatto.

Sakuta voleva portare Kaede su questa spiaggia prima o poi. Ma per farlo, doveva scoprire quanto più possibile sulla Sindrome dell’Adolescenza e trovare un modo per applicare quella conoscenza al suo caso. Quella era la vera ragione per cui si era interessato a Mai…

Non aveva bisogno di dirlo chiaro e tondo. Bastava uno sguardo al sorriso sul  suo volto per far capire chiaramente che lei capiva. 

Sakuta prese un altro sasso e lo lanciò nell’acqua. Tracciò un arco in aria e sprofondò con un plop.

“Ehi.”
“……”

Attese in silenzio che lei gli facesse un’altra domanda.

“Sei ancora innamorato di lei?”
“……”
Non sapeva né se affermarlo o negarlo. Tutto quello che riuscì a fare era mascherarlo con un sorriso.

“Sei innamorato di Shouko Makinohara?”

Ci pensò su un’altra volta.

L’amava ancora?

Magari stava evitando quella domanda fin dall’inizio.

Provava qualcosa per Shouko Makinohara?

Prima, il solo pensiero di lei gli provocava una sensazione come di una coltellata al petto. Se si soffermava a pensare su di lei, la tensione dentro di lui non lo faceva dormire.

Ma era passato un anno. Non era più come prima. Non più.

Forse aveva trovato la sua risposta molto tempo fa e stava solo evitando di esprimere i suoi sentimenti a parole. Forse questo era il momento di dirlo.

“L’amavo davvero.”
Lasciò che le parole andassero verso l’oceano. Solo questo gli aveva tolto un peso dal petto.

Senza che ci fosse stata una causa scatenante, il tempo fece diventare i suoi sentimenti dei ricordi. Ma una crosta si era formata sul suo cuore spezzato, e prima che se ne rendesse conto, anche quella si era staccata. Quello era solo e semplicemente come gli esseri umani andavano avanti con le proprie vite.

“Se hai intenzione di dirlo, tanto vale dirlo ad alta voce.”
“Ho il presentimento che non mi faresti finire di sentire quella frase.”

“Potrei farti un video” consigliò Mai, alzando il suo cellulare. “Dai, su! Dillo di nuovo!”

C’era un tono tagliente nella sua voce.

“Sei, come dire, arrabbiata?”

“Eh? Perché dovrei esserlo?”

Era di sicuro furiosa. La sua insofferenza era evidente. Aveva uno sguardo pungente, Sakuta riusciva a sentire i colpi che gli infliggeva.

“Per questo chiedevo…”
“Chi non amerebbe avere un appuntamento interrotto dalla dichiarazione d’amore per un’altra ragazza?”

“Io ho usato il passato! Dettaglio importantissimo!”

“Hmph.”
Mai non sembrava convinta. Poteva volerci un po’ prima che lo superasse. Ma mentre Sakuta stava considerando il suo approccio…

“Il mare!” urlò una voce allegra.

Si girarono e videro una coppia sulle scale che portavano alla spiaggia. L’uomo aveva i capelli ricci e un paio di grandi cuffie intorno al collo.

La donna era più piccolina, portava gli occhiali. Quando il suo ragazzo corse gioiosamente verso l’acqua, lei cercava di seguirlo imbronciata. I suoi tacchi sprofondavano nella sabbia, e non stava facendo molti progressi.

Sembravano essere più grandi di qualche anno rispetto a Mai e Sakuta. Probabilmente erano studenti del college.

Vedendola faticare, il suo ragazzo tornò indietro.

“N-no, fermo!” gridò lei.

Ma le fece alzare i piedi da terra, prendendola in braccio e portandola vicino l’acqua.

“Sei così testardo!” si lamentò lei. La rimise giù. La sua faccia era diventata rossa. Si era chiaramente accorta dello sguardo di Sakuta. “Che faccia tosta!”

Mentre brontolava, lui era già tra le onde, gridando: “Whoa! Le onde!” non ascoltandola per niente. Che coppia curiosa.

“Fa freddo! Io me ne vado” disse la donna, girando i tacchi. Ma lui le mise le braccia intorno alla vita.

Sakuta si lasciò scappare un sorpreso “Wow.”
Per sua fortuna, erano troppo impegnati a flirtare per averlo potuto sentire.

“Sei così calda!”

“……”

Sembrava lo stesse maledendo sottovoce. Tuttavia, non cercò di scrollarselo di dosso. Il modo in cui nascondeva il suo viso tra le sue braccia era adorabile.

Sakuta lanciò uno sguardo a Mai.

“Io non ho freddo” disse lei, mettendo le cose in chiaro.

“Wow, io ho freddiiiiiisimo” provò lui, fissando l’acqua. Lei si accontentava di guardarlo.

La coppietta se ne stava andando insieme alla risacca, mano nella mano.

Come una scena di un film.

“Sembra bello” disse lui.

“Già.”
“Mm?”

“L-lascia stare.”
Si stava facendo scappare la verità? Mai sembrava cercare di coprire le sue tracce in fretta.

“Potrei tenerti la mano.”
“Perché sembra come se mi stessi facendo un favore?” chiese lei.

Ma quando lui allungò una mano, lei la accettò. Non nel modo in cui si tenevano le mani.

Quando Mai allontanò la sua mano, il suo telefono rimase nella mano di Sakuta. Uno smartphone con una cover rossa e le orecchie da coniglio.

“È per me?”
“No.”
“Allora…”
Ma poi i suoi occhi si resero conto di quello che era scritto sullo schermo.

L’aveva lasciato aperto su un’e-mail.

Alzò lo sguardo come per chiedere il permesso di leggerlo, e lei annuì, sembrava nervosa.

Raggiungi la spiaggia di Shichirigahama alle 17 il 25 Maggio (Domenica).

La data di oggi. Cinque minuti da ora.

Non era sicuro del perché Mai gli avesse mostrato questo messaggio.

Fino a quando non vide a chi fosse indirizzato.

Alla sua manager.

Mai aveva scritto questa e-mail a sua madre. E lo schermo mostrava che l’aveva già inviata. Inviata il giorno in cui si erano messi d’accordo per questo appuntamento. Il giorno in cui Mai annunciò che sarebbe tornata a lavorare. Proprio dopo essersi separati.

Erano quasi le cinque.

“Hai davvero intenzione di incontrarla?” chiese, restituendole il telefono.

“Non voglio.”
“Allora non devi.”
Lui era conoscenza del fatto che lei non aveva avuto più contatti con sua madre da quando avevano litigato per quel book fotografico al terzo anno delle medie. Aveva già deciso di assumere un nuovo manager, perciò non c’era tutto questo bisogno di incontrare sua madre di persona in questo momento.

“Oh, c’è qualche contratto che dà impiccio?”

“Ho rescisso il contratto con la sua agenzia quando mi sono presa una pausa. Tranquillo.”

Questo implicava che ci fossero di mezzo questioni personali. Era un modo per mettere in chiaro le cose.

Mai non alzava gli occhi dalle onde, sembrava infelice. Aveva già preso una decisione ma era ancora un po’ riluttante riguardo tutto ciò.

“Sono un gran sostenitore del non fare nulla se non vuoi farlo” disse Sakuta, come se stesse pensando a voce alta.

“C’è una seconda parte?”
“Di solito va a braccetto con: ‘Se devi fare una cosa, allora vai e datti da fare.’”

Sakuta stese le sue braccia verso la riva.

Alcune cose era meglio evitarle.

Alcune non potevano essere evitate.

Tutto era almeno una delle due cose.

Se qualcosa poteva essere evitata, non c’era alcun motivo per farla. Ma quando qualcosa non poteva essere evitata, non poteva esserci nessun progresso nell’ignorarla.

E in questo caso, Mai pareva pensare che parlare con sua madre fosse la seconda.

“Stai bene?” chiese Sakuta, decidendo fosse meglio essere diretti.

“L’ho deciso da sola, e… è già arrivata.”
Una figura in lontananza si avvicinava dalla fine di Enoshima della spiaggia.

“È sempre stata puntuale.”
Era ancora lontana, Sakuta non avrebbe mai potuto identificarla. Ma Mai era sicura — erano una famiglia, dopotutto.

“Vai via” insistette Mai, agitando una mano come se stesse scacciando un cane randagio.

“Volevo presentarmi!”
“……”

Sakuta alzò le mani, arrendendosi davanti al suo sguardo.

“Continueremo con il nostro appuntamento una volta finita questa faccenda. Tieniti a distanza fino ad allora.”
“Ricevuto.”
Si allontanò dalla riva e si sedette su dei legnetti.

La figura in lontananza si avvicinava. Sakuta poteva vederla chiaramente ora.

Come Mai, era molto bella. Tecnicamente, era Mai che aveva preso da lei…

Magra, alta, sembrava ancora molto giovane — almeno, non molto vecchia per avere una figlia dell’età di Mai. Vedendola, Sakuta ricordò di aver sentito un compagno di classe spettegolare, dicendo che aveva avuto Mai quando era appena ventenne.

Se fosse stato vero, allora sarebbe stata una donna ancora sulla trentina. Sembrava già vecchia per Sakuta, ma niente di lei la faceva sembrare una madre. L’abito dai colori chiari rinforzava quell’opinione.

Mai rimase immobile, vendendo sua madre avvicinarsi. Erano a circa dieci passi l’una dall’altra ora.

Sakuta vide Mai dire qualcosa. Una sorta di saluto. Era coperto dal rumore delle onde e del vento. Da questa distanza, non riusciva a far sentire alcuna parola.

La madre di Mai rallentò il passo ma non smise di camminare. Non rispose alle parole di Mai.

Mai parlò di nuovo, avvicinandosi, sembrava disperata.

“……”
In quel momento Sakuta si rese conto che qualcosa non andava.

Lo sguardo di sua madre viaggiava da tutte le parti. Guardava a destra e a sinistra, come se stesse cercando la persona che era venuta ad incontrare.

Mai era proprio lì, ma lei non la guardò mai in faccia.

“……Oh cazzo” esclamò lui, si sentì affondare nel petto. Ti prego, non questo, gridò nella sua mente.

E in quel momento la madre di Mai passò di fianco a lei.

Come se non riuscisse a vederla.

Come se non riuscisse a sentire la voce di sua figlia.

Camminava e basta.

Sakuta sapeva già cosa stava accadendo. Un brivido gli corse lungo la schiena. Guardava la scena terrorizzato, divorato dalla paura.

Mai si girò verso sua madre, agitando le braccia, pregandola: “Non riesci a vedermi?”

La voce fu abbastanza alta per Sakuta da sentirla.

Ma la madre di Mai passò di nuovo di fianco a lei. Dietro di lei, le braccia di Mai caddero molli sui fianchi.

Sakuta si ritrovò in piedi, dirigendosi verso Mai — e sua madre.

Quando era a circa nove metri da lui, lei lo notò.

Quando era a quattro metri, lei sembrava sicura.

“Eri tu?” chiese lei. Sembrava arrabbiata. Questo gli ricordò Mai e venne preso alla sprovvista. “Perché mi hai convocato in un posto come questo? Chi sei? Sembri essere un ragazzo delle superiori, ma non credo che ci siamo incontrati.”
Le domande continuavano ad arrivare.

“Mi chiamo Sakuta Azusagawa. Sì, faccio le superiori. Quella lì.” Puntò verso il liceo Minegahara, verso la route 134.

“Bene, cosa vuoi da me, Sakuta Azusagawa? Sono una donna piena di impegni.”
“Non sono io quello che vuole qualcosa.”
Notò lo sguardo di Mai oltre la spalla di sua madre.

Esitò per un momento ma poi annuì lentamente. Lui si sentì come se lei sapesse che sarebbe successo e portò Sakuta con lei per prepararsi al peggio. Usando “l’appuntamento” come esca.

“E allora chi vuole parlare con me?”

Che strana domanda, pensò lui.

“Mai. Lo sai già, vero?”
Lei era lì solo per quella e-mail che aveva letto. Il fatto non sarebbe cambiato anche se fosse stata in grado di vedere Mai.

“……”
La madre di Mai lo guardò dall’alto in basso, come per valutarlo.

Chi mi ha convocato qui? Ripetilo.”

“Mai.”
“Giusto.”
“Sì.”
Il vento le scostò i capelli, e lei li rimise a posto.

“Chi?” chiese lei.

“?!” Gli occhi di Mai si spalancarono. Orrore e sgomento combattevano nei suoi occhi. Quale madre parlerebbe in quel modo?

“È tua figlia!” gridò Sakuta, lasciandosi sopraffare dalle emozioni.

Non si parlavano, ma questo non era il modo di comportarsi di una madre.

“Io non ho una figlia. Pensi che sia divertente?”

“E tu che mi dici, invece?!”

Più Sakuta diventava nervoso, più lei diventava fredda.

“Cos’è veramente questa messinscena? Vuoi che sia la tua manager o altro?”

“Certo che no! Cosa stai…?”

I suoi occhi incontrarono i suoi, e le parole morirono sulle sue labbra. C’era un’espressione di pietà in loro. E alla fine, capì che lei disse: “Chi?” perché non sapeva davvero chi fosse Mai Sakurajima.

Gli occhi di questa donna provavano che non stava mentendo.

“Giusto, l’e-mail! Hai ricevuto una e-mail da parte di Mai che diceva di incontrarla qui?”

“Se te la mostro, la smetterai con questa sceneggiata?”
Prese il telefono dalla sua borsa, e glielo mostrò.

“…Perché?” si domandava Mai. Si avvicinò per guardare la scena.

Naturalmente, sua madre non poteva né vederla né sentirla.

Il corpo della lettera era lo stesso di quella che Mai gli mostrò qualche minuto prima.

Raggiungi la spiaggia di Shichirigahama alle 17 il 25 Maggio (Domenica).

Nel campo del mittente c’era scritto Mai. Nulla di strano.

Ma sua madre disse: “Mittente sconosciuto. Ma l’avevo salvato nel mio calendario, e ho cancellato i miei impegni per venire qui. Non capisco il perché.”
Diventava sempre più confuso. C’era chiaramente scritto Mai, ma sembrava come se sua madre non riuscisse a leggere nemmeno il suo nome.

Da quello che aveva detto, sembrava chiaro che ricevette la mail tre giorni prima, e che era a conoscenza che era di sua figlia. Per questo ha cancellato i suoi impegni ed è venuta qui.

Ma prima del giorno in questione, lei aveva dimenticato del tutto Mai. Non era un fatto di non poterla sentire o vedere — non ricordava nemmeno di avere una figlia.

Era difficile crederci, ma era l’unica spiegazione per il suo comportamento.

“Ma è possibile una cosa del genere?!” Le sue labbra si muovevano senza il suo volere.La sua voce raschiava e pareva orribile alle sue orecchie. “Non posso accettarlo!” Scagliò il suo shock sulla madre di Mai.

“Certamente un modo particolare per proporti, ma sei troppo instabile per me. Impara un po’ di cose sul mondo e ritenta la prossima volta.”

E con ciò, girò i tacchi e si diresse verso il punto da cui era venuta.

“Sei sua madre!”

“……”

Non guardò indietro. Non si girò nemmeno una volta.

“Come puoi dimenticarti della tua stessa figlia?”

“…Basta” disse sottovoce Mai.

“Ma lei…!”

“Basta.”
“Non abbiamo ancora finito!” gridò Sakuta, incapace di calmarsi.

“……Ti prego. Smettila” lo pregò Mai, sembrava  come se stesse sul punto di piangere.

Sakuta rabbrividì. Si accorse di peggiorare solo la situazione.

“Scusami” disse lui.

“……”

“Mi dispiace davvero.”
“……No, tranquillo. Va bene così.”
“……”
Che cosa stava accadendo a Mai?

Per tutto il tempo, Sakuta aveva pensato che fosse una questione del non essere sentiti e visti. Lui era riuscito a capire solo questo aspetto. Probabilmente anche Mai.

Ma ora sembrava che nessuno dei due avesse ragione.

Non solo sua madre non riuscì a vederla o a sentire la sua voce… si dimenticò del tutto della sua esistenza.

“……”
Più lui ci pensava, più la situazione pareva il peggio.

“Sakuta” disse Mai, i suoi occhi tremavano.

Lui sapeva che era preoccupata per la stessa cosa.

Sua madre poteva non essere la sola. Anche gli altri avrebbero potuto averla dimenticata.

Da quanto andava avanti questa storia? Forse dal momento in cui iniziarono a non vederla. Forse no.

Se stava davvero sparendo dai ricordi delle persone…

Purtroppo, non ci sarebbe voluto molto per loro due confermare quello che stava accadendo.

4

Sakuta e Mai camminarono per il resto della spiaggia fino alla stazione che prendevano per andare a scuola. Nessuno dei due lo suggerì; i loro piedi li portarono verso la loro solita rotta per tornare a casa.

Lungo la strada, Sakuta parlò con dei turisti di mezza età e bambini e nonni dei dintorni, chiedendo loro se conoscessero Mai Sakurajima. Era la stessa domanda una dozzina di volte, a cui rispondevano tutti allo stesso modo.

“Mai sentita nominare.”
Neanche una persona sapeva chi fosse. Neanche una persona poteva vederla. Una parte di Sakuta sperava contro ogni speranza. Voleva credere che avesse appena parlato con un gruppo di persone che casualmente non la conoscevano. Ma quella vana speranza svanì subito.

Quando raggiunsero la stazione di Fujisawa, Sakuta usò una cabina telefonica per chiamare la giornalista Fumika Nanjou. Era grato di aver conservato il biglietto da visita nella tasca.

“Sì?” rispose lei.

“Sono Sakuta Azusagawa.”
“Oh!” Il suo tono si accese di colpo. “Una telefonata romantica da parte tua? Oggi è proprio un giorno speciale.”
“Niente cose romantiche qui.”
“Non ti interessa una relazione rischiosa con una donna più vecchia di te? A me piace giocare col fuoco.”
“Sei un po’ troppo vecchia per me.”
“Allora che vuoi?”
Era molto brava ad ignorare ciò che non era in suo favore.

“Riguarda Mai Sakurajima.”
“E da dove è uscita questa?”
Oh, pensò Sakuta.

Sembrava promettente.

Ma le parole pronunciate in seguito distrussero quella speranza.

“E chi sarebbe?”

“……”
“Pronto?”
“Non hai mai sentito parlare di Mai Sakurajima?” Provò un’altra volta.

“Mai! Chi è?”
“Allora…uh, la foto…?”
Una foto delle sue cicatrici sul petto era stata parte del loro accordo. Fumika ancora ne era in possesso. E promise a Mai di non renderla pubblica in cambio dei suoi diritti esclusivi sulla storia riguardo il ritorno sul grande schermo di Mai.

“Ti ho promesso di non usarla, giusto? Me lo ricordo. Mantengo le promesse.”
“A chi hai promesso?”
“A te, ovviamente. Che succede? Stai bene?”
Sembrava metà preoccupata, metà incuriosita. Sakuta decise che era meglio non parlare troppo. Non voleva farle sapere della situazione.

“Sto bene. Scusami. Mi stavo solo agitando per la foto… Forse stavo dicendo cose senza senso.”
“Fidati, ci penso iooo.”
“Scusa per il disturbo. Grazie.”
Sakuta riattaccò quando ancora aveva un tono calmo.

Quando mise a posto la cornetta sul supporto, non lasciò la presa dal telefono per molto tempo.

Poi, si girò lentamente verso Mai, e scosse la testa. Al contrario, sembrava che lei sperasse sin dall’inizio. Annuì soltanto. Nessuna emozione sul suo volto.

“Grazie per oggi” disse lei, facendo per andarsene.

Nessuna esitazione. Nessuna indecisione. Si diresse soltanto verso la strada di casa. La stessa andatura sicura di sempre.

Sakuta la guardò andarsene, il suo cuore afflitto.

Un’onda di panico lo colpì. Aveva paura di non rivederla mai più.

Il suo corpo si mosse da solo.

“Mai, aspetta.”

Le corse dietro e la prese per il polso.

Lei si fermò ma non si girò. Fissava soltanto il terreno di fronte a lei.

“Andiamo.”
“……” Alzò leggermente il capo. “Andiamo dove?”

“Forse c’è ancora qualcuno che si ricorda di te.”
“La fai sembrare come se tutti si fossero scordati di me tranne te” disse Mai con una risata forzata.

“……”
Non lo negava. Non poteva negarlo. Era l’unica spiegazione. E Mai pensava la stessa cosa. Altrimenti, non lo avrebbe detto.

Ma lui voleva crederci. Credere che se loro si fossero spinti più in là, tutti l’avrebbero riconosciuta, l’avrebbero vista e indicandola avrebbero detto: “Ma non è Mai Sakurajima?” Voleva credere che ci fosse ancora una possibilità.

“Giusto per essere sicuri.”
“Che senso ha? E se scoprissimo che in effetti solo tu puoi vedermi? Che bene potrebbe farci?”

“Come minimo, resterò con te finché non lo scopriamo.”
“?!”

Era impossibile che non fosse spaventata. Impossibile. La paura doveva averla devastata. A malapena capiva cosa stesse accadendo intorno a lei e non aveva idea del perché stesse accadendo. Non c’era alcun modo per dire cosa sarebbe successo domani, perciò tornare a casa da sola, con nessuno che la aspettava — quello sarebbe stato a dir poco terrificante.

Notò che le sue spalle tremavano. Bastava come prova.

“…Com’è presuntuoso da parte tua” disse lei.

“Ed ecco un altro appuntamento”
“Sono un anno più grande, lo sai.”
“Scusa.”
“Mi fa male la mano. Lasciami:”
Si rese conto che la stava stringendo troppo. Lasciò libero il suo polso.

“Scusa.”
Scusa non serve a nulla.”
“Scusa.”
E con questo, cadde il silenzio tra i due.

Un minuto passò senza che nessuno dei due disse una parola.

“…E va bene” sussurrò infine Mai.

“Mm?”

“Se non vuoi farmi ancora andare a casa, allora ti farò continuare questo appuntamento.”
Mai alzò lo sguardo, e con un sorriso malizioso, prese tra le dita il naso di Sakuta.

Ad un certo punto, aveva smesso di tremare.