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1

Lui era scosso.

Qualcuno lo stava scuotendo.

“…su.”

Una voce da lontano.

“…gliati.”

Si faceva sempre più vicina.

“…Svegliati, su!”

Conosceva quella voce.

“È mattina!”

Una luce bianca che perforava l’oscurità.

“……Mm?”

Mentre si svegliava, Sakuta aprì lentamente gli occhi.

Aveva la vista sbiadita dal sonno, riusciva a distinguere solo il volto di Kaede. Era sdraiata sul letto, guardandolo. La luce che passava tra le tende gli faceva male agli occhi.

“Oggi è l’ultimo giorno di esami, vero? Farai tardi!”

Lo scosse di nuovo.

“Oh, sì, giusto… gli esa—”

Cercò di reprimere uno sbadiglio e si mise a sedere.

Il suo corpo gli sembrava di piombo. Forse gli stava per venire il raffreddore. O la febbre. Ma non si sentiva malato, solamente molto… molto stanco. Questa frase sembra essere più appropriata.

Lottando contro l’impulso di rimettersi a letto, si sforzò di mettersi in piedi. Assentarsi o ritardare agli esami sembrava molto brutto. I test di recupero erano un incubo.

La sveglia leggeva le 7:45. Ci volevano dieci minuti a piedi per arrivare alla stazione di Fujisawa e poi quindici per il tragitto in treno. Magari cinque minuti dalla stazione di Shichirigahama alla sua classe. Tutto il tragitto era più o meno mezz’ora.

Doveva uscire di casa al massimo per le otto. Non aveva molto tempo.

“Grazie per avermi svegliato, Kaede. Mi hai davvero salvato.”
“Io vivo per svegliarti!”

Il suo sorriso era adorabile ma non lo invogliò a farle altri complimenti.

“Devi trovare altre gioie nella tua vita.”
“Come lavarti la schiena?”

“Gioie non legate a me.”
“No grazie.”
Era stato un rifiuto rapido.

“Mi preoccupo del tuo futuro” disse Sakuta, aprendo il suo armadio per cambiarsi.

Prese la maglia dell’uniforme dalla stampella, ma gli scivolò di mano e cadde sopra una busta di carta.

“Cos’è questo?” pensò lui, sbirciando nella busta mentre riprendeva la maglia.

Anche Kaede si avvicinò per guardare.

Entrambi videro il contenuto.

“……”
“……”
Ci fu un breve silenzio.

“Co-cos’è quello?” chiese Kaede, indicandolo. Le tremava la voce. Anche Sakuta se lo domandava.

Un body nero con un pompon dietro. Calze nere e tacchi alti. Un farfallino. Polsini bianchi. E delle orecchie da coniglio, che chiudeva il quadro.

Era indubbiamente un costume da coniglietta.

“Avevo in mente di fartelo indossare?” Era l’unica possibilità che gli venne in mente.

“Eh?” Kaede si bloccò, scioccata.

Le mise il cerchietto con le orecchie in testa.

“Pensavo peggio.”
“N-non me lo metto! Non sono per niente pronta per una cosa così sexy!”

Percependo il pericolo, Kaede corse fuori dalla stanza.

Sakuta non era ancora abbastanza sveglio per rincorrerla per casa, così rimise il costume nella busta e la ripose nell’armadio.

“Quanto cavolo ero stressato?” mormorò.

Indossò la camicia e la abbottonò. Poi i pantaloni e la cravatta. Quest’ultima era un po’ stropicciata.

“……”
Di solito, usciva di casa senza preoccuparsi di sistemarla, ma oggi sentiva che doveva provarci di nuovo. Allentò la cravatta e rifece il nodo. Era uscito bene.

Prima di mettersi la giacca, prese i quaderni e li mise nello zaino. Mentre lo faceva, notò un quaderno sulla scrivania e lo prese.

“Cos’è?”

Sfogliò le pagine. Erano quasi tutte piene.

Appunti di Giapponese Moderno? Guardando meglio, no.

Iniziava con un avviso e poi si leggeva come un diario.

Quello che c’è scritto qui potrebbe anche essere difficile da credere, ma tutto questo è vero. Fai in modo di leggere tutto quanto! Devi farlo!

——6 Maggio

Ho incontrato una coniglietta selvatica.

Era una senpai della scuola superiore Minegahara. La famosa               .

Questo è l’inizio. Ci siamo incontrati così. È impossibile che io me ne dimentichi.

Anche se dovessi dimenticarti — ricorda. Devi ricordarti, futuro me.

Non era sicuro di come avesse dovuto reagire.

“Un tentativo imbarazzante di scrittura creativa?”
Forse si trattava di una manifestazione della pubertà. Curiose nozioni gonfiate in bizzarre fantasie. Non riusciva a ricordare di aver scritto niente di questo genere, ma era decisamente la sua calligrafia. La riconobbe subito. Quindi era per forza Sakuta l’autore di questo testo.

Ma più leggeva, più si sentiva angosciato.

Parlava solo di una ragazza immaginaria. Pagina dopo pagina, riempiendo tutto il quaderno. Di cosa parlavano mentre aspettavano il treno, quando salivano sull’Enoden. Di come un appuntamento si era trasformato in un viaggio fino ad Ogaki.

Sakuta era proprio andato ad Ogaki qualche giorno fa, ma ricordava soltanto di aver avuto un impulso di andare da una parte che non fosse qui e salire su un altro treno. Purtroppo, tutto questo l’aveva fatto da solo.

“……”
Gli strani spazi bianchi cominciavano a dargli fastidio. Dal contesto, al loro posto doveva esserci un nome, ma quest’ultimo veniva omesso. C’era spazio per una manciata di lettere.

“Forse devo riempire quegli spazi una volta che mi sarò trovato una ragazza?”

Quella possibilità era ancora più deprimente. Era il tipo di scrittura da non mostrare mai a nessuno. Era deciso a disfarsene il più presto possibile.

Era quasi evidente che si trattasse di una disgrazia vivente.

Continuava a trovare dei passaggi riferiti a lui, il che era peggio. La sdolcinatezza lo metteva a disagio.

La sveglia delle otto suonò, ricordando a Sakuta che andava di fretta. Buttò il quaderno nel cestino, si mise la giacca, prese la borsa, gridando: “Io vado!” a Kaede.

Quindi uscì per andare a scuola.

2

Sakuta cercò di abbreviare il più possibile il tratto di dieci minuti fino alla stazione.

Passò nell’area residenziale, attraversò il ponte, e riuscì sulla strada principale. Rimase fermo ad alcuni semafori nell’area commerciale vicino la stazione. Dopo aver superato le sale gioco del pachinko e i negozi di elettrodomestici, vide che la stazione più avanti.

La stazione di Fujisawa era nelle stesse condizioni di sempre. Piena di onde di pendolari legati al lavoro o alla scuola. Adulti vestiti in giacca e cravatta sostavano sulla piattaforma, in attesa di arrivare in ufficio. Le persone cambiavano treno in base alle loro destinazioni. Sakuta attraversò il passaggio che li collegava con la linea Enoden della stazione di Fujisawa.

Quando entrò dal cancello della stazione, il treno che prendeva di solito era ancora lì in sosta. Riprendendo fiato, salì sul primo vagone.

Prese il posto vicino gli sportelli sul lato opposto, e un’altra persona si sedette vicino a lui.

“Yo” disse Yuuma Kunimi, facendo cenno con la mano.

“Ehi.”

Il treno iniziò a muoversi. Yuuma si aggrappò alla maniglia con entrambe le mani, esaminando Sakuta.

“Sembri stare meglio oggi” disse lui.

“Hmm?”
“Amico, sembravi uno zombi ieri. Sei sempre stato il tipo che sgobbava prima dei test?”

“Nah, sono più il tipo che si arrende quasi subito e va a dormire.”
“Era quello che pensavo.”
Era andato a letto molto prima del solito ieri sera. Perlomeno, non riusciva a ricordare nulla in modo chiaro dopo le nove o le dieci. Più presto del solito, nonostante i test.

Sakuta diede un’occhiata intorno. C’erano moltissimi ragazzini con le uniformi del Minegahara. Molti di loro avevano i quaderni fuori dalle loro cartelle, facendo ciò che potevano per arrivare al punteggio massimo.

Yuuma tirò fuori un quaderno dal suo zaino, rileggendo una serie di formule.

Mentre Sakuta distraeva ogni tanto Yuuma che ripassava, il loro treno aveva appena passato la stazione di Koshigoe, e apparve la vista dell’oceano.

Sakuta si sentì come se qualcuno lo stesse fissando.

“……”
Guardò in giro, cercando di trovare la fonte.

“Che succede?” chiese Yuuma. Forse era piuttosto ovvio.

“Pensavo che qualcuno mi stesse guardando.” Mentre parlava, i suoi occhi si concentrarono su una ragazza vicino la porta. Tomoe Koga. La sua uniforme sembrava ancora nuova.

“Mm? Lei? Una del primo anno?”

Tomoe fece una mossa così evidente per distogliere lo sguardo, che addirittura Yuuma lo notò.

“La conosci?”
“Lei e le sue amiche si fermavano a guardare gli allenamenti di basket qualche volta.”
Sakuta riconobbe anche l’amica che era con lei.

“I miei compagni di squadra dicono che sono entrambe molto carine.”
“Oh, quindi stava guardando te.”
Ora si sentiva un perfetto idiota.

“Penso di no” disse Yuuma, ritornando a leggere sul suo testo.

“Perché?”

“Quando viene agli allenamenti, di solito guarda a quelli del terzo anno.”
“Ah.”
“Dato che non sai nemmeno i nomi dei tuoi compagni di classe, sono sorpreso tu conosca una del primo anno. Ti va così male?”
“Diciamo.”

“Uh. Raccontami tutto.”
Yuuma mise a posto il testo, guardandolo con un ghigno.

“Guarda, ci siamo solo dati un calcio nel sedere a vicenda. Nulla di che.”
Domenica scorsa, mentre cercava di aiutare una bambina che si era persa, un certo qualcuno è saltato alle conclusioni, e le cose divennero sempre più imbarazzanti.

“Ogni volta che vengono dati calci al sedere, ci sono guai in arrivo.”
“Queste cose succedono a volte.”
“Non a me. Dove vuoi andare a parare?”
“Da qualsiasi altra parte tranne che qui.”
“Eh già…”
Sakuta fissava il finestrino, segnalando che la conversazione era finita.

C’era qualcosa che lo tormentava.

Non era il suo incontro con Tomoe Koga. Per qualche motivo, non riusciva a ricordarsi esattamente come fosse arrivato in quel parco in primis.

Quando il treno raggiunse la stazione di Shichirigahama, tutti quelli che indossavano l’uniforme del Minegahara raggiunsero la banchina.

Anche Sakuta.

Godendosi l’odore del mare, lui e Yuuma camminarono fino all’entrata della scuola.

Intorno al loro, c’erano degli studenti che chiacchieravano: “Altri test. Sono spacciato.” “Io non ho proprio studiato.” “Nemmeno io!” “Chi lo dice puntualmente ha studiato.”

Gli esami erano un problema comune a tutti gli studenti, ma nonostante quello, era una mattina come le altre.

Era la loro routine quotidiana.

Le stesse cose che facevano lungo il tragitto per arrivare a scuola.

Niente di particolarmente divertente o interessante.

Ognuno che cercava di andare avanti.

Tutto intorno a Sakuta era normale.

I due studenti del secondo anno passarono di fianco a Sakuta e Yuuma. Tomoe Koga e la sua amica. Parlavano dei loro progetti una volta finito il periodo di esami, cose del tipo andare al karaoke.

“Hai qualche progetto post-esame, Sakuta?”

“Lavoro. Tu?”
“Solo allenamenti. Ho un torneo prossimamente.”
“Oh. Beh, buon per te.”

“Oh? Dici?”

“Se avessi avuto un appuntamento, mi avrebbe dato fastidio.”
“Quello ce l’ho il fine settimana.”

“A volte ti odio, Kunimi.”
“E me lo dici anche in faccia?”

“Meglio di nascondertelo.”
Mentre si scambiavano battutine a vicenda, i due raggiunsero l’entrata dell’edificio.

Sakuta prese le pantofole dall’armadietto delle scarpe e se le cambiò, poi salì le scale verso le classi del secondo anno.

Yuuma era di un’altra classe, perciò si separarono in corridoio, e Sakuta andò nella classe 2-1 da solo.

Primo banco dalla finestra.

Il primo test del giorno era Matematica II. Il secondo era Giapponese Moderno.

Alcuni studenti stavano ripassando freneticamente, altri ripassavano tranquillamente, preparandosi per l’esame. Altri dormivano sul banco, già arresi in partenza. Saki Kamisato era seduta al suo posto (diagonalmente dietro di lui) che sgranocchiava dei Pocky. Era presto per fare uno spuntino. Forse una piccola scommessa che lo zucchero avrebbe fatto muovere gli ingranaggi del suo cervello.

Sakuta prese anche lui il libro. Il suo naso prudeva da morire.

“Spero di non essermi raffreddato…”

Si grattò il naso con un fazzoletto e iniziò a guardare i problemi degli esempi per equazioni di ordine superiore.

Aveva questo strano bisogno di provare a prendere un bel voto.

Dopo aver dato a tutto una bella ripassata, un’ombra cadde sul proprio libro.

Qualcuno si trovava davanti a lui.

Sapeva chi era senza nemmeno alzare la testa. Anche con i suoi occhi sul testo, riusciva a vedere il suo camice da laboratorio bianco che oscillava poco sotto la sua gonna.

“Non vieni a trovarmi molto spesso, Futaba.”
“Tieni.”
Infastidita, Rio gli diede una busta in stile occidentale.

“Una lettera d’amore?”

“No.”
“Lo sapevo.”
Sakuta sapeva per chi erano rivolti i sentimenti di Rio.

Prese la busta e diede un’occhiata. Al suo interno, ma guarda un po’, c’era una lettera. Alzò lo sguardo verso Rio per capire se avrebbe dovuto leggerla.

“……”

Annuì senza dire una parola. Sakuta aprì la lettera e iniziò a leggerla.

Questa altro non è che una ridicola estrapolazione pseudoscientifica della Teoria dell’Osservazione, ma diamo per scontato che tutta la materia presente in questo mondo ha una forma stabilita una volta che è stata osservata da qualcuno. In questo caso, la scomparsa di           deriva dall’ignorare inconsapevole dell’intero corpo studentesco, perciò se Azusagawa riesce a procurarsi una ragione di esistere che lo sovrascriva, allora potrebbe essere in grado di salvare          . In poche parole, chiudere con il coperchio quello che non vogliono vedere dovrebbe far tornare la lunghezza d’onda alla sua probabilità originaria prima che           avesse assunto una forma… In altre parole, riportarla ad uno stato precedente alla sua esistenza definita, a quando era solo etere. L’inconsapevole negazione degli studenti della sua esistenza può essere sovrascritta con l’amore di Sakuta.

Di certo una lettera particolare, piena di spazi vuoti sospetti. I contenuti non avevano senso. Ma era chiaramente stata scritta da Rio, per lui.

“……”
Alzò lo sguardo, aspettandosi una spiegazione.

“Non lo so manco io. L’ho trovato ieri sera, in mezzo al libro di Matematica II.”
“Ma in che senso, scusa?”

Rio mise un’altra busta identica sul suo banco.

“C’era anche questo.”
Ancora più confuso, Sakuta lesse la seconda lettera.

Non pensarci. Dai questo a Sakuta.

Chiaramente un appunto lasciato da Rio per se stessa.

Gli fece venire in mente quel quaderno che aveva trovato in camera sua stamattina.

Qualcosa non gliela raccontava giusta, ma non riusciva a capire cosa. Solo un sentimento generale che mancava qualcosa.

“Eccolo, ora ce l’hai tu” disse Rio, facendo per andarsene.

“Eh, aspetta” cercò di chiamarla, ma suonò la campanella, costringendolo a lasciar perdere.

L’insegnante entrò, e cominciarono le lezioni.

“È l’ultimo giorno di esami, mi raccomando esagerate una volta finito” avvertì lui.

Sakuta rilesse di nuovo la lettera di Rio.

Questa altro non è che una ridicola estrapolazione pseudoscientifica della Teoria dell’Osservazione, ma diamo per scontato che tutta la materia presente in questo mondo ha una forma stabilita una volta che è stata osservata da qualcuno. In questo caso, la scomparsa di           deriva dall’ignorare inconsapevole dell’intero corpo studentesco, perciò se Azusagawa riesce a procurarsi una ragione di esistere che lo sovrascriva, allora potrebbe essere in grado di salvare          . In poche parole, chiudere con il coperchio quello che non vogliono vedere dovrebbe far tornare la lunghezza d’onda alla sua probabilità originaria prima che           avesse assunto una forma… In altre parole, riportarla ad uno stato precedente alla sua esistenza definita, a quando era solo etere. L’inconsapevole negazione degli studenti della sua esistenza può essere sovrascritta con l’amore di Sakuta.

“Il mio amore, eh?”

Non aveva idea di cosa significasse.

3

Il test di Matematica II era andato abbastanza bene.

Aveva risposto a tutte le domande, sfoggiando il suo duro lavoro. Si sentiva come se questo fosse importante per qualche ragione.

Di solito non ricontrollava il suo lavoro, ma stavolta ci si era messo di punta. Poteva prendere un bel voto.

Il secondo test era Giapponese Moderno.

Quando suonò la campanella, l’intera classe aprì i propri libri dell’esame all’unisono. L’aula si riempì del rumore delle matite.

Sakuta scrisse il suo nome, classe, e il suo numero di banco. Iniziò con il primo esercizio. Comprensione del testo. Lesse prima le domande, poi lesse il brano.

Impiegò circa venti minuti, ma alla fine, il primo ostacolo era stato superato.

Seguiva un altro brano lungo. Questo non c’era sul libro.

Sembrava che ci volesse molto più tempo, così Sakuta decise di saltarlo e passare al quiz sui kanji alla fine.

La temuta sezione degli omonimi.

  1. Posso _____ che pagherà.
  2. Posso _____ che il paese rimarrà stabile.

Entrambi avevano hosho in katakana e lui doveva scriverlo in kanji.

Senza esitazione, scrisse essere certo nel primo e garantire nel secondo.

“……”
Quando finì, si fermò sentendo la sua matita vacillare.

Un dubbio non legato al test stesso attanagliò la sua mente.

Il motivo per cui ricordava questa risposta era perché l’aveva studiato la sera prima.

Ma non riusciva a ricordare i dettagli.

C’era qualcosa di strano. Questa sensazione iniziò nella sua testa e prese possesso di tutto il suo corpo. Era una sensazione spiacevole, come se stesse cercando di ricordare una cosa che si rifiutava di uscire fuori. Ce l’aveva sulla punta della lingua ma nulla.

Più ci pensava, più la cosa lo irritava. Sentiva come se qualcosa gli stesse urlando dall’interno.

“…Cosa mi sta succedendo?”
Non riusciva a spiegarlo. Sembrava come…

Come un bagliore di gioia nel suo cuore.

Come dei ricordi dolceamari.

Come un ricordo dei bei vecchi tempi.

Ma anche un’intensa tristezza che li accompagnava.

Un’emozione dopo l’altra lo devastava e spariva, poi tornava di nuovo. Onda dopo onda, lo faceva tremare fino all’osso.

Ad un tratto qualcosa cadde sul suo foglio.

Pensava che gli stesse gocciolando il naso, ma non era così.

Qualcosa era caduto dal suo occhio.

Una lacrima.

Alzò subito lo sguardo. Non poteva iniziare a piangere nel bel mezzo di un test.

Prese un rapido respiro, cercando di ricomporsi, e la voce di qualcuno riempì la sua mente.

“Allora qual è quello che vieno usato in ‘Nessuno può essere certo del tuo futuro’?”

Conosceva quella voce.

“Puoi anche mostrarmi “La sicurezza di Sakuta non è garantita se riesce a barare su un’altra domanda.”

La nebbia che offuscava la sua mente iniziava a sparire.

Essere certo significa far accadere un certo qualcosa, mentre garantire significa convincere qualcuno che accadrà qualcosa.”

Aveva risposto alle domande proprio come lei gli aveva ordinato.

Gli cadde la penna tra le mani.

Non dovrebbe essere qui a fare il test. Non adesso.

“Whoa!”

Il compagno dietro di lui trasalì. La ragazza accanto a lui strillò.

Tutta la classe alzò gli occhi dal foglio, fissando Sakuta.

L’insegnante che sorvegliava il test da dietro l’aula lo guardò, confuso. “Che succede, Azusagawa?”

“Numero due” rispose Sakuta.

La classe rise.

“Ragazzi, concentratevi!”

Mentre l’insegnante era distratto, Sakuta si precipitò verso il corridoio.

Superò i bagni e scese le scale.

L’entrata era troppo lontana e nella direzione sbagliata, così si arrampicò fuori da una finestra del primo piano.

Aveva ricordato qualcosa di importante.

I ricordi di qualcuno di importante.

C’era una cosa che lui doveva fare per lei.

“Ugh, questo non sarà bello…” borbottò, già pentito.

Davanti a lui si trovava il cortile della scuola superiore Minegahara. Camminò fino al centro, misurando ogni passo che faceva.

“È un’idea molto stupida.”

La lettera di Rio gli aveva fornito un piano.

L’ultima frase.

L’inconsapevole negazione degli studenti della sua esistenza può essere sovrascritta con l’amore di Sakuta.

Non avrebbe mai saputo se fosse stata la risposta giusta fino a che non lo avesse provato.

Francamente, pensava che la fortuna non stesse per nulla dalla sua parte. Dopotutto, Sakuta stava per affrontare l’aria in persona.

Le persone che erano responsabili per averla creata non avevano idea di essere coinvolti.

Se non ne erano a conoscenza, non importa quanto lui discuta animatamente, i suoi pensieri e i suoi sentimenti non li avrebbero mai raggiunti.

Avrebbero solo riso di fronte alla sua disperazione.

Più era nervoso, più i loro sguardi erano freddi.

Tutto quello che riceveva erano delle silenziose e telepatiche emozioni che gli dicevano di leggere la stanza.

Quello era il mondo in cui vivevano, e Sakuta era ben più che cosciente del suo posto nel mondo.

Era di gran lunga più facile seguire gli ordini della persona accanto a te. Decidendo cos’è giusto e cos’è sbagliato da solo bruciava troppe calorie, e più forti sono le tue opinioni, più faceva male quando qualcuno non era d’accordo. Essere semplicemente d’accordo con “tutti“ era sicuro. Protetto. Non guardando niente che non vuoi vedere. Non pensando a nulla di cui devi preoccuparti. Lasciare tutto il resto agli altri.

Così senza cuore che porterebbe inconsciamente qualcuno ad isolarsi e voltare le spalle verso chiunque lo abbia ostracizzato. Per proteggere l’aria e per proteggere te stesso, era facile far finta di non notare. Non importa chi veniva ferito.

Il mondo era così amaro, che poteva entrare in quella silenziosa consapevolezza e sentire alcun dolore quando gli altri venivano attaccati.

Ma il “Tutti lo fanno, quindi l’ho fatto anch’io” non costituiva una ragione per cui qualcuno dovesse soffrire. “Tutti lo fanno, per cui deve essere giusto” non era necessariamente vero. Chi definiva questo tutti d’altronde?

Se non l’avesse incontrata alla biblioteca di Shonandai quel giorno, Sakuta avrebbe fatto parte di quel “tutti”. Sarebbe stato solo uno dei collaboratori alla sua sofferenza.

Ma ora che l’aveva capito, doveva mettere in chiaro le cose.

Anche se tutta la scuola gli si fosse rivolta contro.

Contro tutto il corpo studentesco.

Contro quell’aria che aveva cercato di evitare di combattere… Non poteva più dare le spalle a questo problema.

Perché aveva trovato qualcosa di più importante di mantenere lo status quo.

Gli è piaciuto il tempo trascorso con lei.

Di come lo stuzzicava sempre per essere più piccolo di lei. Il modo in cui faceva battute sconce e si metteva in imbarazzo così tanto che diventava rossa come un peperone. E poi come cercava di nasconderlo, non cedendo nemmeno per un secondo.

La maniera infantile in cui metteva il broncio se Sakuta non faceva quello che voleva.

Era un po’ egoista, dominante e testarda come un mulo. Ma nonostante il vantaggio di età, a volte si notava la sua inesperienza. Gli ha pestato un piede, pizzicato la guancia e addirittura dato uno schiaffo.

Essere trascinato dappertutto da lei era il meglio. Quando lei replicava, indignata, oppure lo chiamava sdolcinato, lui ne era molto lieto.

Solo lei poteva far sentire così Sakuta.

Era l’unica persona in tutto il mondo che ci riusciva.

E ora che lui conosceva quella gioia, la vita non aveva un senso senza di lei.

Non importa il costo da pagare, doveva riprendersi quella gioia.

Quello era il prezzo da pagare.

Potrebbe anche aver perso Shouko Makinohara senza nemmeno aver detto una parola, ma non aveva alcuna intenzione di farlo accadere due volte.

Non voleva più sentirsi in quel modo.

“Sono stufo di leggere sempre la stanza. Al diavolo!”

Al centro del cortile, Sakuta si girò lentamente verso l’edificio scolastico.

Tre storie incombevano su di lui.

Migliaia di studenti si trovavano in quelle mura.

La grandezza e i numeri erano opprimenti. E se tutti ignorassero i suoi sforzi, sarebbe spacciato.

Non aveva un piano.

Ma sapeva cosa doveva fare.

Era il momento di smettere di preoccuparsi una cosa o un’altra.

Doveva fare quello che lui pensava fosse giusto.

Fare quello che sentiva fosse giusto.

Al diavolo con tutti i motivi e le scuse.

Sakuta piantò i piedi fermamente a terra.

Prese un bel respiro, raccogliendo tutta la forza che aveva in corpo.

Quindi gridò a pieni polmoni.

“Ascoltatemi tutti!”

Gli studenti erano concentratissimi sui loro esami. La scuola era silenziosa. La sua voce arrivò lontano.

“Sono Sakuta Azusagawa!”

Gli faceva già male la gola a causa delle vibrazioni. Ma non aveva intenzione di smettere.

La prima reazione si ebbe dalla sala professori. Si aprì una finestra, e uscirono tre insegnanti.

“Sono della classe 2-1! Banco numero uno.”
Si stava creando del movimento per la scuola.

“Ho un messaggio…!”

Sentì delle persone che bisbigliavano: “Fuori!”

Le paia di occhi si accostavano alle finestre numerosi.

“Per Mai Sakurajima, classe 3-1!”

Quando disse il suo nome, sentì la pelle d’oca, le emozioni che prendevano il sopravvento in ogni poro e follicolo. In quel momento, sapeva che i sentimenti che aveva per Mai erano veri.

Sakuta espirò l’aria rimasta nei polmoni. Poi prese un altro respiro. Guardò la scuola, alle finestre della classe, agli studenti che si radunavano, tutti che lo fissavano.

Con gli occhi di quasi mille persone puntati su di lui, Sakuta si sentiva esplodere.

“Ti amo, Mai Sakurajima!”

Colpì la scuola con tutto quello che aveva.

“Ti amo, Mai!”

Sembrava come se stesse cercando di spaccarsi le corde vocali. Voleva che tutti in quella città e oltre sapesse come si sentiva.

Così che nessuno potesse ignorarlo.

Così nessuno poteva far finta di non vedere.

Mise tutto quello che aveva lì all’aperto.

Il suo respiro non durò a lungo, e il suo gridare lo fece tossire.

Ci fu un lungo e confuso silenzio.

Poi ci fu uno sciame di domande che si alzava in aria.

Tutti gli studenti guardavano verso il cortile, fissavano Sakuta. Il loro sguardo collettivo era come un martello gigante che lo colpiva. Ma invece di un solo colpo fatale, era indeciso, una pressione mediocre che lo frantumava. Un peso lento, doloroso e schiacciante.

Voleva girarsi e scappare. Proprio dai cancelli della scuola fino a casa.

La sua dichiarazione d’amore stava via via scemando.

“Ah, cavolo! Sapevo che sarebbe accaduto. Mi sto solo mettendo in ridicolo. Cazzo.”

La frustrazione aveva preso il sopravvento.

“Questo è il motivo per cui non volevo combattere contro l’aria!”

Ormai immerso nei loro sguardi, le dita di Sakuta si trovavano in mezzo ai suoi capelli.

“Questo è il peggior…”

Di nuovo, l’impulso di corrergli incontro gli tornò in mente. I suoi occhi guardavano i cancelli della scuola.

“……”
Ma i suoi piedi non fecero nemmeno un passo verso quella direzione.

“Sono arrivato a tanto. Se non ricevo una ricompensa da Mai, che senso ha?”

Per ripicca, Sakuta si girò di nuovo verso l’edificio e ricominciò a urlare.

“Voglio tenerti la mano e fare una passeggiata alla spiaggia di Shichirigahama!”

Non si era fermato a pensare.

“Voglio vederti di nuovo con indosso quel vestito da coniglietta!”

Sakuta si lasciò guidare dai suoi sentimenti.

“Voglio tenerti tra le mie braccia e riempirti di baci!”

Non si rendeva nemmeno conto di quello che stesse uscendo dalla sua bocca.

“Quello che voglio dire è…! Ti amo, Maiiiii!”

Le sue grida echeggiavano nel cielo. Ogni studenti e ogni insegnante nella scuola lo fissava, il che lo faceva sentire in una maniera orribile… ma in quel momento Sakuta era troppo euforico per curarsene.

Un silenzio attanagliava la scuola.

Come se tutti si fossero messi d’accordo per questa cosa. Come un sorso collettivo.

Sakuta non era sicuro del perché.

Una studentessa che non riconosceva lo stava indicando dalla finestra.

Non ne sapeva il motivo. All’inizio,  pensava che lo stesse prendendo in giro.

Cambiò opinione non appena notò che stava indicando proprio lui.

Sentì dei passi sul terreno. Qualcuno si trovava dietro di lui.

Sakuta sussultò… e sentì la sua voce.

“Riesco a sentirti. Non c’è bisogno di urlare.”

Sembravano passati anni da quando sentì quella voce. Come se avesse aspettato secoli per sentirla di nuovo.

Sakuta si girò.

Una fruscio di vento soffiò verso le sue scarpe.

L’orlo della gonna si alzò leggermente.

Si intravedevano le sue solite calze nere. Le gambe divaricate. Una mano sul fianco mentre l’altra scostava i capelli al vento. I suoi occhi la facevano sembrare più matura, ma quel briciolo di rabbia la faceva sembrare più giovane.

Un’onda di emozioni riempì Sakuta.

Mai se ne stava lì, a meno di dieci metri da lui.

“Darai fastidio al vicinato.”
“Volevo farlo sapere al mondo intero.”
“Non tutti parlano giapponese.”

“Oh! Non ci avevo pensato.”

“Sei così stupido” disse. Abbassò la testa, come se si stesse trattenendo.

“Meglio che far finta di essere intelligente.”

“Sembra ancora più stupido.” Scosse le spalle. “Uno spettacolo del genere non farà altro che creare sempre più pettegolezzi su di te.”

“Se sono pettegolezzi su di noi, allora ci sto.”

“Non era quello… Idiota.”

“……”

“Che cavolo, Sakuta!” urlò lei e alzò la testa, le lacrime che le rigavano il viso.

Il primo passo verso di lui sembrava fatto a rallentatore.

E poi iniziò a correre.

Sakuta aprì le braccia, pronto ad accoglierla.

Mancavano solo tre passi. Due. Uno. Ci fu un colpo rumoroso. Il suono echeggiò per tutto il cortile.

Scioccato, Sakuta non faceva altro che fissarla.

Un momento dopo, la guancia iniziò a fargli male.

“Eh? E questo per cos’era?” chiese lui, seriamente perplesso.

“Mi hai mentito!”

C’erano ancora delle lacrime nei suoi occhi. Lo fissava come se le sue paure stessero per scoppiare da un momento all’altro.

“Mi hai detto che non ti saresti scordato di me!”

Finalmente, aveva capito. Aveva ragione ad avercela con lui. Le aveva mentito.

“Scusa” disse avvicinandola  a sé, lei che tremava ancora.

Cautamente, cercò di stringerla con le sue braccia. Mai nascose il suo viso nella sua spalla.

“Questo è imperdonabile.”
La sua voce era ovattata.

“Scusami.”
“Non ti perdonerò mai.”
Mai strofinò la sua faccia sulla sua spalla, tirando su col naso.

“Allora non ti lascerò andare fino a quando non mi perdonerai.”
“Quindi mi terrai con te tutto il resto della tua vita.”
La sua voce era ancora bagnata dalle lacrime.

“Uh…”

“Per te è un problema?”
Aveva smesso di piangere, cercando di sopprimere le proprie emozioni.

“Nessun uomo rifiuterebbe la propria senpai— Ow! Mai, quello era il mio piede!”

“Mi hai fatto dire tutte queste cose, e tu continui ancora a nasconderti dietro delle generalizzazioni? Come osi!”

“Um, il mio piede…”

“Ti piace farti calpestare dalle persone, no?”

“Scusa. Mi dispiace! Me ne pento! Ti prego, perdonami!”

Lo stava praticamente sfondando con il tacco, e faceva malissimo.

“Altro da dire?”
“Se avevi così paura da piangere, non avesti dovuto darmi il sonnifero!”

“Queste lacrime sono una farsa per farti confondere.”
“Allora ti ringrazio per avermi fatto abbandonare la tecnica del non-dormire.”

“Prego. Ma non ho bisogno della tua riconoscenza adesso.”
Ci dava ancora dentro con il tacco delle scarpe sul suo povero piede.

“Sai cosa voglio.”
Mise ancora più forza.

Sakuta si arrese e disse le parole che voleva così tanto sentire.

“Ti amo.”
“Davvero?”

“Scusa. Era una bugia. Sono completamente pazzo di te.”
“……”

Ci fu un breve silenzio, poi Mai fece un passo indietro. Le sue lacrime non c’erano più. Rimanevano solo alcune tracce sulle guance.

“Sakuta.”
“Che c’è?”

“Di’ la stessa cosa tra un mese.”
“Perché?” chiese, non sicuro di cosa intendesse.

“Se ti rispondo qui, sembrerebbe che mi sarei fatta travolgere dal momento.”

“In realtà pensavo di essere travolto dal momento con un bacio.”

“Il mio cuore batte fortissimo, ma… penso sia per la situazione” disse Mai.

Distolse lo sguardo, arrossendo. Quella punta di rosso sulle sue guance era adorabile.

“Sono sorpreso che tu riesca ad essere così calma.”
Lei non aveva alcuna intenzione di cascare in quell’effetto del ponte sospeso.

“E voglio che ci pensi anche tu.”
“A cosa?”

Lui sapeva come si sentiva. Non c’era altro a cui dover pensare.

“Sono più grande di te.”
“Questo è un vantaggio!”

“Sono un po’ esitante nel frequentare un ragazzo più giovane.”
“Non ti fidi?”

“No… Mi fido, però… “ La sua voce divenne quasi un sospiro. “Sembra come se ti stessi seducendo.”
“In realtà sì, quindi…”
“Non è vero!”

“Mi ci porti sempre!”

Solo a pensarci, gli venivano in mente numerosi esempi in cui avevano avuto un contatto intimo. Combinati a tutti i pizzicotti e i poveri piedi calpestati, il numero era abbastanza alto.

“S-sono stata chiara?”

“Non lo so…”
“Non piagnucolare.”
“Non posso aspettare un mese! E se lo dicessi invece ogni giorno?”
Mai sembrava sorpresa ma anche contenta. Sorrise.

“Va bene, ma devi farlo per un mese. Se salti anche solamente un giorno, darò per scontato che avrai cambiato idea.

Punzecchiò il naso di Sakuta e gli lanciò un sorriso malizioso. Voleva quel sorriso solo per lui. Ma solo per questa volta, lo stava facendo vedere anche agli altri.

L’intero corpo studentesco del Minegahara li stava guardando, impietriti, con la bocca spalancata. Nessuno sapeva come reagire. Tutti si guardavano intorno, aspettando che venisse presa una decisione.

“Pare che a tutti piace essere travolti dal momento” disse Mai in modo sarcastico.

Si voltò verso le finestre, poi prese un respiro profondo. Poi gridò: “Le storie che parlano di Sakuta che manda i compagni di classe all’ospedale? Quelle non sono altro che dicerie!”

Ci fu un breve silenzio.

Poi si girò verso Sakuta, con aria fiera.

“Volevi che tutti lo sapessero, giusto?”

Ora che ci pensava, ne avevano parlato sull’Enoden.

Un momento dopo, un’onda di sorpresa travolse gli studenti. L’intera scuola stava diventando entusiasta. Tutti li fissavano, affascinati.

“…Non era la reazione che mi aspettavo” disse Mai.

Naturalmente. Non erano i fatti che aveva detto che aveva scatenato una reazione da parte loro.

“Mai, mi hai chiamato con il mio nome. Penso che adesso stiano esagerando un po’.”

In quell’istante, tutti avevano smesso di preoccuparsi di quello che tutti stavano pensando e erano piombati addosso al potenziale scandalo davanti a loro, obbedendo ai loro istinti. Ecco a voi, le meraviglie dell’adolescenza.

“Grazie a te, stiamo attirando l’attenzione di molte persone.”

“Ci sono solo un migliaio di persone. Alla fine non sono così tante. Sei solo sensibile.”
Coloro che sono abituati alla fama avevano di sicuro una prospettiva diversa.

“Forse sono tre o quattro zero di meno per te, Mai, ma…”

Alla fine, qualcuno decise di mettere una fina a tutto ciò. L’insegnante responsabile della classe di Sakuta, il preside, e un uomo in tuta da ginnastica — il prof di motoria — che si dirigevano verso di loro.

“Uffa, sarà una ramanzina bella lunga questa, eh?”

“Non ti preoccupare.”
“Per quale motivo?”

“Verrò ad essere sgridata insieme a te.”
“Oh. Suona molto meglio.”
Almeno poteva stare con lei.

Mai e Sakuta si incamminarono verso la scuola.

Uno fianco all’altra.

E così, Mai Sakurajima ritornò al mondo.